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In questo periodo di crisi
(economica, ma anche di valori) non
potevo esimermi di fare anch'io la
mia filippica sulla crisi. Io però
ti parlerò della crisi fisica... sai
com'è, ormai vado per i 50 :-(
Indipendentemente dall'età e dal
sesso, se fai attività fisica una
volta o l'altra ti sarà capitato di
entrare in crisi: parlo di quella
nera, dura, che ti taglia le gambe e
ti fa sentire come uno straccio
centrifugato.
Può capitare a chiunque e anche a me
è successo. L'ultima volta è stato
un po' di anni fa... ricordo, era un
mercoledì (poco da leoni, ad essere
sinceri). Eravamo lungo l'alta via
dell'Adamello e c'è era un caldo
boia (e così do' colpa al caldo...
eh eh eh). Dopo mille sali e scendi,
c'era la milleunesima salita da
fare, l'ultima di un'estenuante
giornata. I miei compagni di
escursioni (non facevo ancora
l'accompagnatore ed ero ben lungi da
pensare di diventarlo)
trotterellavano tranquillamente
davanti a me, mentre io arrancavo in
coda, sempre più cotto, sempre più
incollato alla borraccia, mentre
strisciavo tra l'ombra di un masso e
l'altra. La sensazione che mi
cuoceva in gola era di sfinimento e
l'unico pensiero era 'Voglio
fermarmi, non ce la faccio più'.
Ricordo che mi ero fermato una
mezz'oretta a tirare il fiato e a
interrogarmi sul cosa diavolo stavo
facendo lì. Poi, spinto dalla fame,
ho ripreso a mettere un passo
davanti all'altro... stavo risalendo
un colle a 2800m di quota, mica il
K2!!! Eppure il passo era lo
stesso...
Brutta giornata, che ricordo ancora
come se fosse oggi. Il punto è:
cosa fare in questi momenti di vuoto energetico?
Prima di tutto cercare di evitare di arrivarci... banale, forse, ma
fondamentale, dato che le rogne si trovano, soprattutto quando si vanno a
cercarle. Per cui la prima regola è 'stare alla larga da quelle cose che sono al
di sopra delle nostre capacità attuali'.
Per applicare questa semplice regola occorre avere una buona conoscenza di sé e
dei propri limiti, cosa che si impara solo con il tempo e l'esperienza. Se non
la sia ha, è bene iniziare volando basso... poi c'è sempre tempo di alzare il
tiro con gradualità. Ma quando ci si è in mezzo alla crisi, è del tutto
inutile recriminare e battersi i pugni sul petto (anche la dose di cilicio non è
consigliabile...).
Nel mio caso era venuta a meno una sana idratazione, che non vuol dire solo bere
acqua a sufficienza, ma anche ingollare quei sali minerali che naturalmente si
perdono con la sudorazione... questo era stato il mio errore. Infatti per la
sete atroce, continuavo a infilare la testa nei ruscelli disponibili, sorbendomi
tutta l'acqua possibile. Purtroppo questa è praticamente acqua demineralizzata,
come quella che metti dell'odiato ferro da stiro. Da cui la crisi.
Quindi sciogliete sempre nella borraccia dei sali minerali, che permettano un
riequilibrio idrosalino ottimale. Puoi vedere qualche dettaglio qui:
http://www.zainoinspalla.it/alimentazione_integratori_salini.asp Ma la crisi
può essere dovuta a problemi energetici, avendo chiesto un po' troppo al nostro
metabolismo. In questi casi serve benzina, possibilmente che bruci in fretta.
Molti di noi tirerebbero fuori dallo zaino la mitica cioccolata e se ne
mangerebbero a grossi balocchi. Dopo ci si sente meglio, anche se non è certo
opera del carburante contenuto nella cioccolata, dato che questo è formato
soprattutto da grassi, che richiedono ore per essere metabolizzati. Si sta
eventualmente meglio perché la cioccolata è buona e ha delle sostanze dopanti al
suo interno.
Lo stesso discorso vale se invece della cioccolata preferisci mangiare un panino
al formaggio o al prosciutto, così come una teglia di lasagne al forno seguite
da una bella trippa e grappino finale. Robe buonissime (almeno a chi piace), ma
che ti possono aiutare solo partendo dal giorno dopo. Rimangono gli zuccheri,
ma non pensare di attaccarti alle bustine preventivamente ciulate nel bar della
colazione mattutina. C'è zucchero e zucchero, infatti.
Da un lato c'è il saccarosio (bianco o grezzo è quello con cui dolcifichiamo
caffè e cappuccini), che però ha un piccolo problema secondario, che si chiama
'picco glicemico'. In parole povere tutti gli zuccheri per essere metabolizzati
e fornire la loro energia hanno bisogno dell'insulina, naturalmente prodotta dal
nostro pancreas, che regola la produzione in base alla glicemia nel sangue. Ma
il pancreas è un po' scemo e non riesce a dosare la quantità di insulina da
produrre... per cui può capitare che ingerendo ad esempio 10gr di saccarosio
venga prodotta insulina sufficiente a metabolizzare 20gr di zuccheri: morale
della favola, dopo qualche istante in cui ti senti come un leone, ritorni ad
essere lo stesso straccio di prima, e anche peggio.
Quindi lasciamo stare i zuccheri ad alto indice glicemico (come il saccarosio e
il glucosio) e concentriamo la nostra attenzione su fruttosio e destrosio, che
puoi trovare non solo in farmacia, ma in molti negozi sportivi. Il fruttosio
viene anche servito come dolcificante nei bar più fighi della città: è qui che
ne ho saccheggiato le mie scorte ;-) E dopo il dopaggio con gli zuccheri a
basso indice glicemico, non ti resta che rialzare le chiappe, armarti di santa
pazienza e rimettere un piede davanti all'altro...
 Poi c'è l'aspetto
psicologico, che spesso riesce a compensare (o almeno ad aiutare) il deficit di
zuccheri. In realtà anche la nostra testa ha un ruolo importante e può aiutare a
superare i brutti momenti di vuoto di forze. Tutti sappiamo che il nostro
cervello ha 1000 potenzialità più o meno nascoste, che emergono proprio quando
il nostro corpo è in sofferenza (chiaramente questo discorso vale per chi il
cervello ce l'ha, cosa difficile da dire nel mio caso...). E' come avere un
riserva nascosta di possibilità, che vengono utilizzate solo nei momenti
rognosi: la scarica di adrenalina che il cervello comanda avviene quando si sta
scivolando lungo un pendio e serve per far emergere tutte quelle forze latenti,
che possono aiutare a controllare la scivolata e renderla indolore. Ma questo è
un meccanismo di auto-conservazione di tipo riflesso, cioè parte automaticamente
senza la necessità di una nostra scelta conscia. Poi c'è l'approccio che
possiamo tenere, in caso di crisi fisica: il lasciarsi andare, il desiderio di
abbandono a se stessi e alla propria sorte non aiuta a venirne fuori. Quindi,
anche se si è in crisi, occorre tirare fuori gli attributi (quelli psicologici,
ovviamente) per tentare di superare il momento nero. Come fare? Non credo ci sia
una ricetta universale in questi casi, dato che la variabilità delle nostre
psicologie è alta quanto la popolazione mondiale. Però esiste il cosiddetto
'buon senso', che riassumerei in poche e semplici azioni da mettere in campo:
- il panico non serve, quindi è molto meglio concentrarsi su
piccole cose da fare in sequenza, ad esempio darsi come meta i
prossimi 50 passi, da fare a passo lento ma costante. Alla fine
dei primi 50, ci si ferma per un istante e si riprende con altri
50 e così via. Se dopo 50 passi si sta ancora decentemente, è
possibile alzare l'asticella portando il target a 100 passi
- concentrarsi osservando la punta degli scarponi, ignorando
che il resto del gruppo è là davanti che aspetta. In montagna si
va sempre al passo del più lento e se questo principio basilare
non ti va bene, è meglio che tu vada per sentieri da solo
- se sei in compagnia di una persona che è in crisi, cerca di
distrarla e di allontanare i suoi pensieri (ovviamente negativi)
verso altri lidi. Spesso basta parlargli: di cinema, di musica,
di qualsiasi argomento. Ma non attendere che la persona in crisi
partecipi attivamente alla chiacchiera, basta che ascolti.
- se si è in gruppo ed uno della banda va in crisi, cercate di
evitare di dare suggerimenti a valanga sul cosa fare e sul cosa
non fare al malcapitato e soprattutto evitate di dare
suggerimenti contrastanti... questo crea solo confusione nella
testa di chi già sta passando un brutto quarto d'ora. E' la
persona più esperta dl gruppo che ha il compito di coordinare le
attività di supporto.
Sicuramente queste cose non sono sempre risolutive, però possono aiutare. Se
hai una tua personale esperienza da raccontare, mandamela pure e la metterò sul
sito, perché è dallo scambio delle esperienze che nasce una maggiore
consapevolezza e una maggiore sicurezza... o no?
Ecco i contribuiti degli
Zainoinspallisti che hanno qualcosa da dire su questo argomento.
Ciao Fabrizio
Per quanto riguarda la crisi fisica, posso portare la mia testimonianza
personale, che quasi sempre mi permette di superare il momento negativo.
Fermo restando il principio, che tu hai più volte illustrato, di non
infilarsi in un trekking al di sopra delle proprie possibilità, quando sento
che sta arrivando la crisi, evito il più possibile di fermarmi. Continuo a
camminare, stringo i denti e, se riesco, cerco di aumentare leggermente il
ritmo.
Se non è una giornata 'no' , il più delle volte dopo una decina di minuti,
supero la crisi. Credo che il problema, come tu hai evidenziato nella scorsa
newsletter, sia anche da associare alla mancanza di corretta alimentazione e
idratazione.
Un' altra cosa da evitare è l' eccessivo peso dello zaino, oltre ad un
corretto abbigliamento, per avere la giusta traspirazione Sicuramente a
livello di testa, diventa, secondo me, negativo rimanere ultimi e soli.
Quando capita ad altri, vedo di rimanere appena davanti e cerco di 'tirare'
il giusto, per dare un ritmo e punto di riferimento a chi è in crisi.
Molte crisi le ho anche viste, quando si organizzano escursioni con troppa
gente, di cui non si conosce la preparazione.
Mi ricordo un Devero-Veglia dove tra il primo e l'ultimo c'era un'ora di
distacco. Sembrava una colonna di schiavi e deportati, che arrancavano e non
credo si siano divertiti ad essere, oltretutto quasi derisi dai primi della
fila. In questo modo si allontana la gente dalla montagna.
Molti CAI non formano gli escursionisti, portandoli in giro in modo
positivo, e aiutando tutti a superare i momenti di difficoltà.
Molte volte diventa una sfida tra 4 o 5 del gruppo, che abbandonano gli
altri, e corrono avanti per vedere chi arriva primo e in quanto tempo.
Hai ragione tu, quando dici che il gruppo deve essere contenuto ad un numero
ragionevole di partecipanti.
Concludendo bisogna avere anche il coraggio di tornare indietro, se è
possibile, (senza gettare la spugna alla prima difficoltà) quando si capisce
che non è giornata.
Altrimenti si rischia di rovinare la giornata a tutti. Complimenti per le
news, sono sempre importanti. Cordiali saluti. Roberto
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ciao Fabrizio,
la mia è un'esperienza che si ripresenta parecchie volte nel corso delle
camminate e quindi condivido pienamente ciò che hai scritto, soprattutto
riguardo alle riserve nascoste di possibilità che si pensa di non avere, ma che,
proprio nei momenti rognosi, dopo avere superato pian piano i quattro punti che
hai elencato, pian piano arrivano e allora ti viene da chiederti: ma da dove è
uscita tutta questa energia che prima non avevo?
La consapevolezza di avere questa 'grande riserva' nascosta, e sapere che non
scatta così automaticamente come magari vorrei, personalmente mi aiuta a non
provare più il 'panico' di non farcela, ma lascia spazio alle poche e semplici
azioni che tu hai descritto così bene e che riesci a mettere in atto.
Ecco però che questo meccanismo è puntualmente interrotto dalla solita persona
di turno della compagnia che crede di aiutarmi a superare la crisi ed inizia a
parlare continuamente attendendo insistentemente la mia risposta ed allora non
riesco più a concentrarmi e sì subentra il panico di non farcela più.
A questo punto ho solo una scelta: visto che non capisce perché non rispondo e
non avendo in quel momento le forze per ben spiegarglielo, a costo di sembrare
antipatica chiedo per favore che non si aspetti mie risposte perché non le avrà.
Risultato: la persona non parla più, e in quel momento non mi interessa sapere
se si è offesa, ma io ritrovo le mie energie! e quando arrivo glielo spiego.
In ogni caso, posso dire che non andando assiduamente in montagna provo spesso
questa condizione fisica di crisi di gambe o di fiato, o entrambi, mentre
cammino, ma comunque vado e comunque mi solleva sapere che è un'esperienza
condivisa!
Grazie Fabrizio per i tuoi suggerimenti sempre preziosi !
by, Maria
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Ciao Fabrizio,
è proprio vero! io da sempre 'conto' quando vado in crisi. Non solo, ma lo
faccio concentrandomi su una gamba in particolare dandomi una specie di ritmo, e
quando riprendo dopo la breve pausa, ....cambio gamba. Mi aiuta!
Dopo ho scoperto che è lo stesso 'trucco' che usa Nives Meroi!
...
Prima o poi capiterà di incontrarci!
Ciao & grazie per il tuo bel lavoro
Fiorella
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Ciao,
fra tre mesi avrò 75 anni. Sono in buona salute anche grazie alla montagna,
(credo!); la montagna che per me, è una seconda vita. Durante l'arco dei miei
anni di appassionato di montana ho avuto amici del cuore, compagni con cui
dividevo immancabilmente le mie uscite. Poi, le cose hanno fatto si che ora vado
- molto spesso - da solo. Ora già camminare per ore, godere dell'aria fresca che
pare di poterla "bere" coi polmoni, notare ogni dettaglio delle erbe e dei fiori
che mi circondano, ascoltare trattenendo anche il fiato il mormorio del torrente
lontano o captare il silenzio assoluto di un bosco o di un vallone solitario:
sono tutte grosse soddisfazioni. Ora è già una mia bella soddisfazione farmi
800/1000 m di dislivello. Essendo un po' grosso di corporatura devo dire che la
discesa mi pesa di più che non la salita. Non l'avrei mai creduto! Ma per
tornare all'argomento di come supero le crisi di fatica devo dire che ormai da
solo, con il mio passo sistematicamente ritmato, in crisi non ci vado più perchè
se sono stanco davvero mi fermo e poi le fatiche d'affrontare ormai sono ridotte
anche perché mi alleno con metodo e con maggior gradualità raggiungendo
l'allenamento che mi permette di non soffrire molto... Esco anche in inverno su
basse quote e credo anche di sapermi nutrire con cibi che entrano subito in
circolo: cioccolato, frutta secca, marmellate, bevo la mia cara boraccia di
acqua zuccherata e limone che mi preparo la sera prima.
L'ultima volta che andai in crisi fu quando volli tenere il passo di un uomo del
posto, un pastore montanaro allenato a cui m'ero aggregato. Rompendo il ritmo
del mio abituale passo lento e continuo combinato con il respiro sono scoppiato
andando in crisi di respirazione... Fermatomi per prendere fiato col fiato corto
invitai cordialmente l'amico ad andare pure avanti che, poi, sarei arrivato
anch'io, come poi avvenne. Per me è importante non rompere l'abbinamento del
respiro con il passo. Quando sono sotto sforzo, in ripida salita e la fatica
aumenta sto anche attento di non aumentare di molto i battiti del cuore (me lo
consigliò il mio cardiologo...) e arrivo a fare anche due respiri per passo. Ma
ciò deve durare poco e rallentare è l'unica cosa da fare, o fermarmi magari solo
un mezzo minuto... Ciò mi permette di affrontare ed ancora godere la montagna!
Perché come tutti noi sappiamo, la montagna - come qualunque altra cosa della
vita - va goduta non subita. Per cui curo di non perdere l'allenamento ed uscire
spesso anche lungo la settimana... Il mio passo è sicuramente lento, molto più
lento di una volta; ma non è la velocità che ora cerco. Io cerco solo la pace
dei monti, il silenzio caldo e avvolgente della natura e pur rimpiangendo le
alte creste luminose della mia miglior età (si quelle le rimpiango e ne ho
percorse tante...), ora ringrazio Iddio che mi ha portato ad ancora trovare
soddisfazione nel muovermi in montagna, da solo, mischiato con la natura
prorompente. Alla fine di una escursione trovo soddisfazione come aver fatto
bene il mio lavoro, la mia parte di dovere. La montagna è l'unico posto dove
m'accorgo meno di essere "vecchio". Anzi ora mi pare di essere più capace a
sopportare le fatiche che non una volta. Tutta questione di esperienza e di
abitudine. Un motto scritto sul muro della caserma di Bodengo delle guardie di
finanza dice "Il coraggio è abitudine" ed è anche vero.
Ciao
Sandro
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Ciao Bicius !
Mi collego a quello che ha scritto Roberto perché mi ricorda un'analoga
esperienza al Veglia-Devero di circa 3 anni fa o giù di lì...mi sa che eravamo
nello stesso gruppo, peccato che a spronare gli ultimi (in crisi più che
evidente) e a salvarli dal buio, dall'acqua e dal freddo che stava calando con
l'UNICA pila, siamo state io e una mia amica, senza cartina, solo molto esperte
nel saperci orientare in montagna al buio e con un acquazzone estivo sulla testa
da ore. NOI siamo tornate indietro perché ci siamo accorte che mancava qualcuno,
NOI abbiamo aspettato sotto l'acquazzone che le persone in difficoltà
superassero i passaggi più difficili, NOI abbiamo spronato, incoraggiato,
convinto queste persone a stringere i denti e non mollare perché anche una
pioggia di luglio a 2000 e passa metri può diventare neve e ghiacciarsi nella
notte (leggi ---> rischiare l'ipotermia) Le guide CAI se n'erano bellamente
fottute di noi e soprattutto di questi poveracci in crisi abbandonandoli a se
stessi, se non ci fossimo state io e la mia amica non so che cosa sarebbe
successo onestamente...(il criterio di accettazione per l'ammissione
all'escursione ? NESSUNO solo "venite dai, andiamo in un posto bellissimo"
peccato che sul depliant a caratteri microscopici ci fosse scritto che c'erano
circa 1500mt di dislivello e non so quante ore....DOVEVA ESSERE SCRITTO A
CARATTERI CUBITALI, NON MICROSCOPICI!!!)
Arrivate al rifugio quando ormai era buio, sai dov'erano le guide ?! Con le
gambe sotto al tavolo a ridere di noi "ritardatari".
Forse questo Roberto non era del mio gruppo, perché mi pare strano che non si
ricordi degli improperi che ho urlato dietro alle guide quando ho varcato la
soglia del rifugio con il fango che mi arrivava alle ginocchia e neanche più le
mutande asciutte e non so quante ore di marcia avanti e indietro sullo stesso
sentiero per recuperare tutti !
Il consiglio migliore che posso dare ?
Guardare dietro se c'è qualcuno in difficoltà e per se stessi, beh...se vuoi
posso tenere qualche lezione di biochimica e fisiologia dell'alimentazione e del
metabolismo... ;-)
Erika
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Ciao Fabrizio,
a proposito di crisi energetiche, vorrei contribuire con la mia esperienza in
proposito, sperando di fornire indicazioni utili agli escursionisti.
Svolgo durante l'anno alcune gare di nuoto e gran fondo di ciclismo, quinidi di
"crisi" me ne intendo.
Partendo dal fatto che l'escursionista sia allenato, e svolga l'attività che si
addice alla sua preparazione, e sappia preparare lo zaino con la dovuta
oculatezza, il primo consiglio che mi sento di dare è: bere e mangiare prima che
si abbia sete o fame.
Questo perché quanto l'organismo ci chiede liquidi o carburante, vuol dire che
siamo già a riserva, e questo non va bene.
Come nel ciclismo l'escursionista dovrà tenere in considerazione il fattore
peso, ingombro ed kcal che serviranno.
Il mio principio è di bere piccoli sorsi di acqua semplice o diluita con sali se
la temperatura è molto elevata, e mangiare a piccole dosi energia facilmente
assimilabile.
I cibi da ingerire variano a secondo che si faccia un trekking di poche ore o
giornaliero, in estate o condizioni invernali.
In trekking giornalieri, io comincio con il mangiare frazionati nelle prime tre
o quattro ore, due piccoli panini con prosciutto cotto, bresaola o
parmigiano,facilmente digeribili, in modo da assimilare carboidrati (energia)
utile nelle ore successive e proteine nobili che non innescheranno il
catabolismo muscolare.
Nelle ore che seguono, quelle decisive, mangio fette biscottate con marmellata o
miele (energia subito a disposizione) o frutta secca a vostra scelta come
nocciole, fichi, albicocche,mango.
Il principio è quello di non gravare sull'apparato digerente, che deve fare il
suo lavoro senza sottrarre troppo sangue hai nostri muscoli.
la fonte energetica per eccellenza è il miele. 300kcal per 100 g di peso, subito
a disposizione e a differenza del cioccolato non innesca il meccanismo
dell'insulina.
Saluti Giovanni.
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Ciao Fabrizio
sono perfettamente d'accordo con te per quanto riguarda il metodo che ogni
persona arriva ad adottare per compiere un'escursione, sia di abbigliamento
attrezzatura scorte...ecc. Metodo dato proprio dall'esperienza vissuta in prima
persona.
Per quanto riguarda il superamento di eventuali crisi in genere ti posso
dire,per esperienza personale, che un fattore molto importante per prevenirle
può essere a mio avviso la preparazione mentale del percorso giornaliero. Questo
è il sistema che utilizzo con la mia compagna, essendo io che organizzo
l'uscita, metto a conoscenza del dislivello di salita di discesa e relativo
tempo di percorrenza magari da un tratto all'altro in modo da avere un'idea il
più precisa possibile di quello che si va ad affrontare lungo il tragitto. può
sembrare banale ma mettere a conoscenza di certi particolari anche paesaggistici
chiamiamoli piccoli traguardi durante l'intero percorso aiuta.(importante è non
sentirsi fare la domanda: quanto manca?)
Ogni escursione, anche quella che può sembrare la più noiosa ha un suo fascino
cerchiamolo!!! quello che la montagna mi da.... (non c'è Master Card che tenga)
Alla prossima
by, natura
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Caro Fabrizio, ho letto nella newsletter n. 10 i diversi interventi riguardanti
la prestazione fisica in certe circostanze e le diverse cause che possono
determinarne il crollo di chi va normalmente in montagna. Ora ti racconto in
breve ciò che è successo a me, in modo che altri, con gli stessi sintomi,
possano evitare di avere la vita “fisica” rovinata e dover dare addio anche a
brevi passeggiate.
Fin da piccolo sono sempre andato in montagna essendo nato in valle Imagna che
percorrevo in lungo ed in largo, erano gli anni ’40-50’ poi sul Resegone ho
imparato ad arrampicare e da allora non ho più smesso di frequentare la
montagna. Tutto procedeva bene, fisicamente parlando, fino all’età di 52-53
anni; da allora ho incominciato ad avvertire aumento di battiti cardiaci,
sudorazione eccessiva, specialmente durante le prime due ore di camminata. Una
volta stabilizzato il cuore la resa era la solita, ma aumentavano gli attacchi
di crampi ai muscoli che alcune volte determinavano la rinuncia alla camminata.
Allarmato sono andato dal medico che mia ha sottoposto ad una serie di esami di
controllo: elettrocardiogramma normale e sotto sforzo, dal quale risultava che
il mio cuore funzionava meglio sotto sforzo che a riposo, vari esami del sangue
ecc. tutto era regolare, anzi ottimo; la colpa dei sintomi veniva attribuita al
mancato allenamento e alla scarsa frequenza delle arrampicate.
Il 12 agosto del 2004, durante le vacanze in Sardegna, durante il ritorno dal
mare ebbi un infarto con tre arresti cardiaci nel giro di un ora durante le fasi
di soccorso purtroppo non repentino.
Comunque, nonostante sei giorni di coma, sono stato salvato e trasportato a
Bergamo dove mi hanno inserito due “stent” nelle coronarie purtroppo però il mio
cuore era irrimediabilmente compromesso con la funzionalità ridotta al 30÷35%.
Ma veniamo al perché ti ho scritto: la causa di tutto era un difetto del mio
cuore per causa di ereditarietà nel quale le due arterie coronariche che portano
il sangue al cuore tendevano lentamente a stringersi, specialmente a riposo,
mentre sotto sforzo aumentando la pressione questa riusciva a tenerle aperte.
Chi poteva immaginare una cosa del genere? Questo poteva essere evidenziato solo
da una TAC coronarica, che oggi è possibile fare; oppure con una coronografia
che è un esame invasivo e nessuno lo ordina come esame preventivo. Quindi cari
lettori: “occhio ai sintomi e … nel dubbio insistete per certi esami
approfonditi.
Complimenti per il sito e l’utilissimo lavoro che fate, bravi!!! e buon lavoro.
Ti saluto caramente e spero di essere stato di aiuto a qualche scarpinatore.
Franco
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Ognuno di noi ha il suo metodo, perché solo
sperimentando, provando e riprovando si può trovare la propria soluzione ideale.
Questo vale per la crisi da fatica, ma anche per la scelta dell'abbigliamento,
della giusta attrezzatura, del tipo di escursioni che più si avvicinano alle
proprie esigenze, e anche della compagnia che si preferisce frequentare andando
in montagna, accompagnatore incluso. Un grazie di cuore a chi ha accettato di
condividere la sua esperienza in questo sito. |