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 pict  Le newsletter di ZainoinSpalla: Gennaio 2008

Benvenuti nella newsletter di Zaino in Spalla

Orgoglio escursionista
Ciao,
è da un po' che ci penso e per il nuovo anno ho fatto anch'io i miei buoni propositi... non illuderti, non penso di smettere di fumare, né di piantare di fare scherzi e battutacce durante le nostre camminate, ma è un proposito che, strano a dirsi, è serio, terribilmente serio.
Lo definirei così: mi piacerebbe che il 2008 diventasse l'anno dell'ORGOGLIO ESCURSIONISTA. Hai letto bene, ma vedo di spiegarmi meglio con alcune considerazioni.

Il numero di persone che frequentano la montagna è in lento, ma costante aumento e rappresentano circa il 14% degli Italiani. All'interno di questo calderone c'è un grosso gruppo formato dagli sciatori (che però sono in calo), ma subito dopo loro ci sono i camminatori: chi va solo d'estate, chi va in ogni stagione, di sicuro gli escursionisti sono di gran lunga superiori (in numero) ad alpinisti, scialpinisti, raccoglitori di funghi, speleologi, mountain bikers, ecc.

Gli escursionisti quindi sono una risorsa per la montagna. Prima di tutto perché frequentandola la si può conoscere ed amare e quindi i camminatori formano una massa di opinione pubblica, che si può attivare in quei casi in cui la montagna stessa viene minacciata. Ricordo ad esempio la raccolta di firme contro il prosciugamento del torrente nella Val Di Mello, che ha (almeno per ora) bloccato lo scempio della valle.
Andando in montagna si portano soldi (pensa solo ai rifugi, alberghi, ristoranti, servizi in genere), che permettono a parte della popolazione locale di vivere in posti che sono mediamente disagiati e con poche possibilità di una lavoro qualificato.
E poi gli escursionisti frequentando il territorio possono e devono segnalare eventuali problemi incontrati durante la camminata, come sentieri franati, animali feriti, ecc.
Certo, lo stesso discorso vale anche per gli alpinisti, gli speleologi e così via, ma tutti loro sono, come ti dicevo prima, numericamente inferiori e quindi il loro impatto è minore.

Questa posizione “dominante” di NOI ESCURSIONISTI implica che dobbiamo avere un senso di responsabilità maggiore, perché (visto che la matematica non è un'opinione) se ogni alpinista butta nel bosco una lattina (cosa vergognosa!!!), l'impatto totale è decisamente minore rispetto al caso in cui questa nefandezza fosse compiuta da ogni escursionista.
Quindi l'orgoglio di essere escursionista vale solo se l'escursionista è una persona responsabile e si comporta con tutta la delicatezza che necessita l'ambiente montano.

Ma dopo i doveri ci sono i diritti. E qui casca l'asino.
Per sviluppare la loro passione, gli escursionisti hanno bisogno di infrastrutture (sentieri, rifugi), di informazioni (libri, siti, riviste) e hanno bisogno di comunicare tra loro per scambiare informazioni, accrescere la loro “cultura” e vivere le emozioni in compagnia o anche in perfetta solitudine.
Ad essere sinceri non siamo certo all'anno zero in nessuno di questi punti, ma c'è da fare, tanto da fare.

Qui ho voluto solo lanciare un sasso nello stagno ed ora vorrei passare a te la parola per ogni tuo commento a questo proposito. Puoi farlo inviandomi una mail oppure scrivendo nel libro degli ospiti del sito: l'unica differenza è che nel primo caso le tue idee le condividerai solo con me, mentre nel secondo tutti gli zainoinspallisti le potranno leggere.
Tornerò sicuramente su questo argomento, perché sono orgoglioso del mio essere escursionista e non è carino sentirsi trattato da orgoglione.

Un augurio di un buon 2008 alle nostre amate montagne.

Fabrizio



 
Strage da valanghe

Ciao,
stavo scrivendo questa newsletter, quando mi è arrivata una mail da Ermanno che parla della strage da valanghe dello scorso weekend. Butto mia carta e penna, perché questa pezzo non poteva essere scritto meglio e te lo ripropongo con un facilissimo copia-e-incolla, sottolineando che, pur non essendo stato scritto da me, lo sottoscrivo in pieno.

Gli ultimi accadimenti con corollario di morti e salvataggi per un pelo, ripropongono la solita e vecchia questione della fruizione della montagna, in condizioni climatiche sfavorevoli. Quando poi leggo di un gruppo di motoslitte travolte da una valanga, mi convinco dell’esistenza di un Dio giusto e non ipocrita. Questi accadimenti vengono chiamate tragedie, e lo sono, in un certo senso, ma viene voglia di dire che gli sta un po’ bene, perché anche la stupidità deve avere un limite. Tentare il suicidio è pur legittimo, ma le persone che poi vengono a cercare di salvarti sono esposti allo stesso rischio, e questo non è giusto, nonché criminale. Bisogna arrivare a vietare la frequentazione montana, forse? Mettiamo i Carabinieri sulle strade di accesso ai monti? Ma come possiamo evitare tutto ciò? Forse chiamare per nome questi imbecilli, anche se morti, non sarebbe poi male. Ai sopravvissuti ed eredi, poi, l’onere dei costi di recupero. Se ci sono persone tanto stupide da mettere a repentaglio la propria pelle, con la quasi certezza di riuscirci, bisognerà pur prendere una posizione precisa. In questo periodo ci sono i musei, i libri, il vin brulè, la polenta o la palestra. Se sei iperattivo fatti un’ora di corsa al parco; non è come sciare ma almeno torni a casa (se non ti fai venire un infarto…).
Un escursionista intelligente (ma verrebbe da dire – un essere umano intelligente) sa quando si deve fermare, e quando non deve neppure prendere in considerazione di uscire di casa, se serve. Ma, come vedi, non basta frequentare la montagna per dare per scontato un tasso di evoluzione superiore alla vongola (con tutto il rispetto per le vongole).

Riprendo la tastiera per alcune considerazioni supplementari.
Lo stato giustamente regola auto, moto e motorini sulle nostre strade. Ma non le motoslitte. Già in tempi non sospetti (era il 4 Dicembre 2007) Mountain Wilderness ha chiesto la modifica del codice della strada, che regoli i mezzi a motore in montagna ed in particolare le motoslitte (vedi http://www.mountwild.it/mw/news/displaynews.php?idnews=147). Basterà una legge (ammesso e non concesso che venga promulgata) a far cambiare le cose? Non credo, perché i comportamenti si cambiano prima di tutto con la consapevolezza (la repressione può aiutare, ma la vedo di difficile applicazione in Italia, dove i controlli sono quasi inesistenti in ogni ambito). La migliore repressione è quella di trattare gli imbecilli come tali ed è un nostro DOVERE dirglielo in faccia (con tutta la 'dolcezza' del caso), affinché si sentano tali e comincino a pensare che l'andare in motoslitta non fa poi così tanto figo.
Ma questo vale non solo per i motoslittaioli, ma anche per chiunque si muova in montagna agendo da imbecille, mettendo a repentaglio la loro pelle (insieme a quella degli altri) o la salvaguardia dell'ambiente.
Sottolineo che è un nostro DOVERE farlo, perché si crei il diritto di poter vivere una montagna pulita e sicura. Quindi tiriamo fuori la voce e se qualche amico, collega o conoscente ci viene a raccontare che si è divertito un casino a scendere un fuoripista con la motoslitta dopo un metro di nevicata fresca, o a fare una ferrata senza kit e casco, o a salire al rifugio con le infradito, non voltiamo le spalle scrollando la testa, ma spiegamogli le cavolate che sta facendo e quanto pirla è stato.

Il vostro 'orgoglione' escursionistico

Fabrizio

Questa newsletter è stata seguita da una nutrita serie di messaggi: molti che mi sono arrivati per mail, altri postati direttamente nel sito nel libro degli ospiti.


 
Strage da valanghe... parte seconda: la sicurezza
Ciao,
con la tragedia dei morti da valanga della settimana scorsa, al centro dell'attenzione si è posta la sicurezza. Io non sono di certo un guru che ha la conoscenza dalla sua parte o un set di bacchette magiche, che risolvano ogni problema. Ma è importantissimo parlare di queste cose, perché occorre consapevolezza nel fare certe scelte.
I morti purtroppo rimangono tali ed è una tragedia, ma ribadisco il mio personalissimo concetto: non possiamo accettare che certe cose succedano e se tragedia c'è stata, facciamo che almeno serva ad evitarne delle altre.
E' vero: talvolta sono un 'talebano' e sicuramente questo atteggiamento non piace a tutti (figurati che non piace neanche a me), ma non me la sento di passare sotto silenzio certi fatti o di nascondermi dietro il dolore della morte.

E' doveroso da parte mia cercare di fare uno sforzo di sintesi e di unione tra i numerosi interventi sul libro degli ospiti e le ancora più numerose mail che mi sono arrivate: alcune incavolate, altre per confortarmi nella mia posizione, molte, decisamente la maggioranza, poste in una delle mille zone di mezzo che ci sta tra il bianco e il nero.
Vado per punti, che sono a mio parere, logicamente connessi l'uno all'altro:
1. la morte è una cosa terribile e non si deve mancare rispetto per chi non è più tra noi
2. la tragedia DEVE insegnarci qualcosa, sennò è ben più che una tragedia umana: diventa la tomba dell'intelligenza
3. l'insegnamento nasce solo dalla consapevolezza, la quale può scaturire dal confronto (ecco perché ho immensamente apprezzato i numerosi interventi su questo tema, sia quelli in linea con il mio pensiero, sia quelli contrari)
4. non esiste il rischio zero

Fin qui mi sembra che i vari interventi trovino un punto d'incontro. Ma poi ho potuto constatare che ci sono due posizioni difficilmente conciliabili: da un lato c'è chi pur assumendosi i suoi rischi, andando in montagna cerca di stare sotto la soglia di rischio, che se diventa troppo elevata, porta inevitabilmente alla scelta della rinuncia. L'altra posizione è quella di chi tende ad affrontare situazioni potenzialmente cariche di rischi andando ugualmente avanti.

A chi si riconosce in questa seconda posizione non so proprio che dire: mi auguro solo che viaggino in montagna ben lontani dal sottoscritto, dato che non gradirei ricevere sulla mia testa una slavina staccata grazie alla loro libera scelta di stare dalla parte del rischio.

All'altra metà del cielo montano, in cui mi riconosco, invece posso rivolgere una domanda: come possiamo minimizzare i rischi?
Sicuramente adottando tutte quelle precauzioni che sono a nostra disposizione, sia di tipo tecnologico, che di tipo procedurale.
Poi facendo 'informazione': le virgolette sono legate al fatto che l'informazione la vedo più come uno scambio di conoscenza diffusa, che non semplicemente la lettura di un testo di riferimento o di un articolo su di un giornale.
Infine penso che sia fondamentale fare esperienza, perché solo così ci si misura sul campo con le problematiche della sicurezza.

Con questa newsletter il dibattito non viene assolutamente chiuso, anzi. Spero proprio che ciascuno di noi continui a condividere le sue riflessioni ed esperienze, perché anche questo fa parte dell'infinito tentativo di minimizzare i rischi in montagna.

Mi scuso pubblicamente se ho urtato la sensibilità di qualcuno con la newsletter precedente. A spiegazione (e non a discolpa) posso solo dirti che dopo aver letto degli incidenti e aver visto l'intervista ad uno dei sopravvissuti (che si proclamava esperto di valanghe e incolpava la slavina che li aveva travolti, definendola assassina...) mi friggeva l'unico neurone ormai sopravvissuto nella mia scatola cranica. Leggendo successivamente la mail di Ermanno, mi sono detto: 'Cavoli, ha proprio ragione'.
Oggi, con il neurone in fase di raffreddamento, magari toglierei alcuni punti a quella mail, ma il senso del messaggio continuo a condividerlo ancora.

Fabrizio

 


E buona montagna a tutti dal vostro...
Fabrizio

 
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