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Benvenuti nella newsletter di Zaino in Spalla
Ciao,
è da un po' che ci penso e per il nuovo anno ho fatto anch'io i miei
buoni propositi... non illuderti, non penso di smettere di fumare, né di
piantare di fare scherzi e battutacce durante le nostre camminate, ma è
un proposito che, strano a dirsi, è serio, terribilmente serio.
Lo definirei così: mi piacerebbe che il 2008 diventasse l'anno
dell'ORGOGLIO ESCURSIONISTA. Hai letto bene, ma vedo di spiegarmi meglio
con alcune considerazioni.
Il numero di persone che frequentano la montagna è in lento, ma
costante aumento e rappresentano circa il 14% degli Italiani.
All'interno di questo calderone c'è un grosso gruppo formato dagli
sciatori (che però sono in calo), ma subito dopo loro ci sono i
camminatori: chi va solo d'estate, chi va in ogni stagione, di sicuro
gli escursionisti sono di gran lunga superiori (in numero) ad alpinisti,
scialpinisti, raccoglitori di funghi, speleologi, mountain bikers, ecc.
Gli escursionisti quindi sono una risorsa per la montagna. Prima di
tutto perché frequentandola la si può conoscere ed amare e quindi i
camminatori formano una massa di opinione pubblica, che si può attivare
in quei casi in cui la montagna stessa viene minacciata. Ricordo ad
esempio la raccolta di firme contro il prosciugamento del torrente nella
Val Di Mello, che ha (almeno per ora) bloccato lo scempio della valle.
Andando in montagna si portano soldi (pensa solo ai rifugi, alberghi,
ristoranti, servizi in genere), che permettono a parte della popolazione
locale di vivere in posti che sono mediamente disagiati e con poche
possibilità di una lavoro qualificato.
E poi gli escursionisti frequentando il territorio possono e devono
segnalare eventuali problemi incontrati durante la camminata, come
sentieri franati, animali feriti, ecc.
Certo, lo stesso discorso vale anche per gli alpinisti, gli speleologi e
così via, ma tutti loro sono, come ti dicevo prima, numericamente
inferiori e quindi il loro impatto è minore.
Questa posizione “dominante” di NOI ESCURSIONISTI implica che
dobbiamo avere un senso di responsabilità maggiore, perché (visto che la
matematica non è un'opinione) se ogni alpinista butta nel bosco una
lattina (cosa vergognosa!!!), l'impatto totale è decisamente minore
rispetto al caso in cui questa nefandezza fosse compiuta da ogni
escursionista.
Quindi l'orgoglio di essere escursionista vale solo se l'escursionista è
una persona responsabile e si comporta con tutta la delicatezza che
necessita l'ambiente montano.
Ma dopo i doveri ci sono i diritti. E qui casca l'asino.
Per sviluppare la loro passione, gli escursionisti hanno bisogno di
infrastrutture (sentieri, rifugi), di informazioni (libri, siti,
riviste) e hanno bisogno di comunicare tra loro per scambiare
informazioni, accrescere la loro “cultura” e vivere le emozioni in
compagnia o anche in perfetta solitudine.
Ad essere sinceri non siamo certo all'anno zero in nessuno di questi
punti, ma c'è da fare, tanto da fare.
Qui ho voluto solo lanciare un sasso nello stagno ed ora vorrei
passare a te la parola per ogni tuo commento a questo proposito. Puoi
farlo inviandomi una mail oppure scrivendo nel
libro degli ospiti del sito: l'unica
differenza è che nel primo caso le tue idee le condividerai solo con me,
mentre nel secondo tutti gli zainoinspallisti le potranno leggere.
Tornerò sicuramente su questo argomento, perché sono orgoglioso del mio
essere escursionista e non è carino sentirsi trattato da orgoglione.
Un augurio di un buon 2008 alle nostre amate montagne.

Fabrizio |
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Ciao,
stavo scrivendo questa newsletter, quando mi è arrivata una mail da
Ermanno che parla della strage da valanghe dello scorso weekend.
Butto mia carta e penna, perché questa pezzo non poteva essere
scritto meglio e te lo ripropongo con un facilissimo copia-e-incolla,
sottolineando che, pur non essendo stato scritto da me, lo
sottoscrivo in pieno.
Gli ultimi accadimenti con corollario di morti e salvataggi per un
pelo, ripropongono la solita e vecchia questione della fruizione
della montagna, in condizioni climatiche sfavorevoli. Quando poi
leggo di un gruppo di motoslitte travolte da una valanga, mi
convinco dell’esistenza di un Dio giusto e non ipocrita. Questi
accadimenti vengono chiamate tragedie, e lo sono, in un certo senso,
ma viene voglia di dire che gli sta un po’ bene, perché anche la
stupidità deve avere un limite. Tentare il suicidio è pur legittimo,
ma le persone che poi vengono a cercare di salvarti sono esposti
allo stesso rischio, e questo non è giusto, nonché criminale.
Bisogna arrivare a vietare la frequentazione montana, forse?
Mettiamo i Carabinieri sulle strade di accesso ai monti? Ma come
possiamo evitare tutto ciò? Forse chiamare per nome questi
imbecilli, anche se morti, non sarebbe poi male. Ai sopravvissuti ed
eredi, poi, l’onere dei costi di recupero. Se ci sono persone tanto
stupide da mettere a repentaglio la propria pelle, con la quasi
certezza di riuscirci, bisognerà pur prendere una posizione precisa.
In questo periodo ci sono i musei, i libri, il vin brulè, la polenta
o la palestra. Se sei iperattivo fatti un’ora di corsa al parco; non
è come sciare ma almeno torni a casa (se non ti fai venire un
infarto…).
Un escursionista intelligente (ma verrebbe da dire – un essere umano
intelligente) sa quando si deve fermare, e quando non deve neppure
prendere in considerazione di uscire di casa, se serve. Ma, come
vedi, non basta frequentare la montagna per dare per scontato un
tasso di evoluzione superiore alla vongola (con tutto il rispetto
per le vongole).
Riprendo la tastiera per alcune considerazioni supplementari.
Lo stato giustamente regola auto, moto e motorini sulle nostre
strade. Ma non le motoslitte. Già in tempi non sospetti (era il 4
Dicembre 2007) Mountain Wilderness ha chiesto la modifica del codice
della strada, che regoli i mezzi a motore in montagna ed in
particolare le motoslitte (vedi
http://www.mountwild.it/mw/news/displaynews.php?idnews=147).
Basterà una legge (ammesso e non concesso che venga promulgata) a
far cambiare le cose? Non credo, perché i comportamenti si cambiano
prima di tutto con la consapevolezza (la repressione può aiutare, ma
la vedo di difficile applicazione in Italia, dove i controlli sono
quasi inesistenti in ogni ambito). La migliore repressione è quella
di trattare gli imbecilli come tali ed è un nostro DOVERE dirglielo
in faccia (con tutta la 'dolcezza' del caso), affinché si sentano
tali e comincino a pensare che l'andare in motoslitta non fa poi
così tanto figo.
Ma questo vale non solo per i motoslittaioli, ma anche per chiunque
si muova in montagna agendo da imbecille, mettendo a repentaglio la
loro pelle (insieme a quella degli altri) o la salvaguardia
dell'ambiente.
Sottolineo che è un nostro DOVERE farlo, perché si crei il diritto
di poter vivere una montagna pulita e sicura. Quindi tiriamo fuori
la voce e se qualche amico, collega o conoscente ci viene a
raccontare che si è divertito un casino a scendere un fuoripista con
la motoslitta dopo un metro di nevicata fresca, o a fare una ferrata
senza kit e casco, o a salire al rifugio con le infradito, non
voltiamo le spalle scrollando la testa, ma spiegamogli le cavolate
che sta facendo e quanto pirla è stato.
Il vostro 'orgoglione' escursionistico
Fabrizio
Questa newsletter è stata seguita da una nutrita serie di messaggi:
molti che mi sono arrivati per mail, altri postati direttamente nel
sito nel libro degli ospiti. |
Ciao,
con la tragedia dei morti da valanga della settimana scorsa, al centro
dell'attenzione si è posta la sicurezza. Io non sono di certo un guru
che ha la conoscenza dalla sua parte o un set di bacchette magiche, che
risolvano ogni problema. Ma è importantissimo parlare di queste cose,
perché occorre consapevolezza nel fare certe scelte.
I morti purtroppo rimangono tali ed è una tragedia, ma ribadisco il mio
personalissimo concetto: non possiamo accettare che certe cose succedano
e se tragedia c'è stata, facciamo che almeno serva ad evitarne delle
altre.
E' vero: talvolta sono un 'talebano' e sicuramente questo atteggiamento
non piace a tutti (figurati che non piace neanche a me), ma non me la
sento di passare sotto silenzio certi fatti o di nascondermi dietro il
dolore della morte.
E' doveroso da parte mia cercare di fare uno sforzo di sintesi e di
unione tra i numerosi interventi sul libro degli ospiti e le ancora più
numerose mail che mi sono arrivate: alcune incavolate, altre per
confortarmi nella mia posizione, molte, decisamente la maggioranza,
poste in una delle mille zone di mezzo che ci sta tra il bianco e il
nero.
Vado per punti, che sono a mio parere, logicamente connessi l'uno
all'altro:
1. la morte è una cosa terribile e non si deve mancare rispetto per chi
non è più tra noi
2. la tragedia DEVE insegnarci qualcosa, sennò è ben più che una
tragedia umana: diventa la tomba dell'intelligenza
3. l'insegnamento nasce solo dalla consapevolezza, la quale può
scaturire dal confronto (ecco perché ho immensamente apprezzato i
numerosi interventi su questo tema, sia quelli in linea con il mio
pensiero, sia quelli contrari)
4. non esiste il rischio zero
Fin qui mi sembra che i vari interventi trovino un punto d'incontro. Ma
poi ho potuto constatare che ci sono due posizioni difficilmente
conciliabili: da un lato c'è chi pur assumendosi i suoi rischi, andando
in montagna cerca di stare sotto la soglia di rischio, che se diventa
troppo elevata, porta inevitabilmente alla scelta della rinuncia.
L'altra posizione è quella di chi tende ad affrontare situazioni
potenzialmente cariche di rischi andando ugualmente avanti.
A chi si riconosce in questa seconda posizione non so proprio che dire:
mi auguro solo che viaggino in montagna ben lontani dal sottoscritto,
dato che non gradirei ricevere sulla mia testa una slavina staccata
grazie alla loro libera scelta di stare dalla parte del rischio.
All'altra metà del cielo montano, in cui mi riconosco, invece posso
rivolgere una domanda: come possiamo minimizzare i rischi?
Sicuramente adottando tutte quelle precauzioni che sono a nostra
disposizione, sia di tipo tecnologico, che di tipo procedurale.
Poi facendo 'informazione': le virgolette sono legate al fatto che
l'informazione la vedo più come uno scambio di conoscenza diffusa, che
non semplicemente la lettura di un testo di riferimento o di un articolo
su di un giornale.
Infine penso che sia fondamentale fare esperienza, perché solo così ci
si misura sul campo con le problematiche della sicurezza.
Con questa newsletter il dibattito non viene assolutamente chiuso, anzi.
Spero proprio che ciascuno di noi continui a condividere le sue
riflessioni ed esperienze, perché anche questo fa parte dell'infinito
tentativo di minimizzare i rischi in montagna.
Mi scuso pubblicamente se ho urtato la sensibilità di qualcuno con la
newsletter precedente. A spiegazione (e non a discolpa) posso solo dirti
che dopo aver letto degli incidenti e aver visto l'intervista ad uno dei
sopravvissuti (che si proclamava esperto di valanghe e incolpava la
slavina che li aveva travolti, definendola assassina...) mi friggeva
l'unico neurone ormai sopravvissuto nella mia scatola cranica. Leggendo
successivamente la mail di Ermanno, mi sono detto: 'Cavoli, ha proprio
ragione'.
Oggi, con il neurone in fase di raffreddamento, magari toglierei alcuni
punti a quella mail, ma il senso del messaggio continuo a condividerlo
ancora.
Fabrizio |
E buona montagna a tutti dal vostro...
Fabrizio
Per informazioni e prenotazioni potete contattarmi per email a questo
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