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10-22 Aprile 2010
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Si fa presto a dire “Mar Rosso”, come si fa presto a dire
“Alpi”: c’è Sestriere e la nascosta Valle Imagna, i palazzoni del Tonale si
contrappongono con la selvaggia Val Grande.
Anche il Mar Rosso offre diverse sfaccettature e nelle mie vacanze 2010 ne ho
potuto toccare con mano almeno un paio.
Siamo andati nel Sinai alla ricerca di natura e di qualche interessante
escursione. Dahab sarà la nostra base di partenza. E’ ad un’ottantina di
chilometri dalla ben più famosa Sharm. Alloggiamo in un albergo tre stelle
(l’agenzia ci avverte che un tre stelle qui è un po’ pochino…), ma troviamo
accoglienza, una bella struttura, cibo ottimo e abbondante e soprattutto
l’ambiente e la pace che cercavamo. Lati negativi? La doccia: lo scarico
funziona male e la portata dell’acqua è scarsa, ma cosa possiamo pretendere,
visto che siamo sul mare, ma circondati dal deserto.
Ci godiamo la barriera corallina con i suoi mille abitanti multi-colore, il
deserto colorato, la salita notturna al Sinai (unica zona dove la folla diventa
insopportabile) e la bellissima scammellata a Ras Abou Galloum, in un villaggio
beduino sulla riva del mare.
Poi esplode il vulcano islandese sconvolgendo ritmi e tecnologie. Sarebbe giunta
l’ora del nostro rientro, ma tutti i voli saltano, regalandoci un’altra giornata
a Dahab, dove andremo a visitare la barriera a sud della laguna. La situazione
dei trasporti internazionali non migliora, anzi. L’agenzia, per agevolare il
nostro rientro in patria, pensa bene di trasferirci a Sharm, parcheggiandoci in
una mega-struttura a cinque stelle con la promessa che alla prima occasione ci
avrebbero infilato in qualche aereo puntato verso lo stivale.
Tre giorni abbiamo trascorso lì. E’ la mia prima volta che risiedo in una
struttura del genere, il classico villaggio turistico, benedetto da tutti gli
amanti dell’all-inclusive ed in questa occasione ho fatto un sacco di scoperte.
Partiamo dal mare, d’altronde la gente viene qui per
questo, no?
La barriera non esiste più e i coralli sono affogati nella sabbia riportata per
la comodità dei clienti e dei loro bambini presenti in gran numero. Anche la
sabbia è all-inclusive: ha infatti incluso il corallo, i pesci e ogni tipo di
vita marina (a parte qualche pescetto e varie meduse per lo più destinate allo
spiaggiamento). Anche con l’alta marea in questo mare non si nuota, ma si
cammina, dato che la sua profondità raggiunge al massimo il ginocchio e solo
dopo aver camminato per un bel po’. D’accordo che siamo in terre sacre, ma mi
sembra un po’ blasfemo il riproporre tutto questo “camminare sulle acque”.
Abbandoniamo la riva per recarci alle piscine, dopo aver ricevuto una risposta
alla domanda “Ma che serve una piscina in un posto di mare?”. Piscina
riscaldata, piscina per i bambini, piscina per giocare a palla, tutte
rigorosamente circondate da numerosi corvi, che ripetutamente compiono il
periplo della struttura. I corvi (bastardamente nominati così dal sottoscritto)
sono dipendenti del villaggio, vestiti rigorosamente di nero, che sventolano
sotto il tuo naso il catalogo per la cena speciale (a pagamento), quello per i
massaggi (a pagamento), i giornali del giorno prima (venduti a peso d'oro). Sono alla
ricerca di adesioni e il loro verso tipicamente inizia con un “Ciao amico, ciao
amica”… corvi in lingua italiana mandati in missione dagli avvoltoi multi-language che siedono dietro una grande scrivania irrorata dall’aria fresca
e condizionata.
Tra le piscine e i vari condomini dove dormiamo c’è
un’ampia zona di verde con erba (a zolle come quella di San Siro rigorosamente
importata e irrorata di acqua), alberi (piantumati continuamente) e un bel
laghetto (artificiale). Mi chiedo quant’acqua è necessaria per regalarci questo
rettangolo verde che non ha nulla a che fare con il Sinai? E l’acqua richiama le
zanzare e le zanzare vengono combattute quotidianamente a colpi di nebbie
insetticide.
Quanta energia serve per tenere lontano il deserto? L’aria
condizionata ronza tutta la notte (e siamo solo in Aprile…), mentre tutto il
giorno l’acqua desalinizzata arriva copiosa in ogni rubinetto. L’acqua calda,
anzi bollente, nella doccia è quasi un controsenso visto che siamo nel deserto.
Anche una piscina ha l’acqua riscaldata e la sua temperatura è messa in bella
mostra accanto al baracchino dove vengono dispensati gli asciugamani.
Quanta energia serve a lavare ogni giorno migliaia di salviette, tovaglioli,
tovagliette e lenzuola?
Quanta energia serve a pompare le urla amplificate degli animatori, la musica
thum-thum-thum, i ritmi da acqua-gym, i balli di gruppo?
Migliaia di persone all-inclusive nuotano con ritmo
settimanale nelle piscine e lungo i vialetti tenuti maniacalmente puliti da
decine di “operai del villaggio”. Pulizia non solo per i vialetti, ma per le
fioriere, le porte delle camere, la vernice dei muri esterni, che è
continuamente ripassata, facendo impallidire il ricordo dei muri del mio
condominio milanese. Il parossismo viene raggiunto nella hall di ingresso nel
villaggio: vabbè che questo ampissimo locale è una sorta di biglietto da visita
per chiunque approcci il villaggio, ma qui gira ininterrottamente una
persona a lustrarne il pavimento. Non fai manco a tempo a lasciare l’alone della
traccia del tuo passaggio, che subito scompare sotto un colpo netto di straccio
e scopone. Sì, perché in questo posto non devi lasciare il tuo segno, qui siamo
tutti anonimi turisti di passaggio. Il braccialetto è il marchio che tu esisti:
con questo plasticozzo indissolubilmente legato alla nostra persona, viene
mostrato che noi apparteniamo al villaggio, alla tribù dei vacanzieri
all-inclusive. Il braccialetto eredita un marchio bianco lasciato sul polso dopo
una settimana di sole: la plastica potrà rimanere qui nel Sinai, ma a casa tutte
le volte che ti laverai le mani, tutte le volte che le porgerai ad un collega
per un saluto, la striscia bianca ti ricorderà (e farà capire agli altri) che sei
appena stato anche tu un all-inclusive.
Le stanze sono spaziosissime e dotate di ogni comfort, ma
se chiudo gli occhi e li riapro dopo qualche secondo potrei facilmente
immaginarmi di essere in una qualsiasi stanza di un Hilton o di uno Sheraton tra
Chicago e Sidney. Solo guardando fuori dalla finestra ci si riappropria
dell’identità del luogo. Dal terrazzo posso vedere un altro chiassoso villaggio
diviso dal nostro da una lunga striscia di asfalto che porta a decine di altre
strutture all-inclusive. A lato c’è un cantiere, dove gli scheletri di un nuovo
villaggio sono già completati: una volta messi gli infissi, portati gli arredi,
verniciate le pareti sarà pronto per accogliere nuove bande di turisti, che però
dovranno percorrere un lungo tratto a piedi prima di toccare l’acqua del mare.
Il ristorante: non so quanti coperti possa accomodare, ma
sono decisamente tantissimi. Gli spazi qui non mancano (ricordi? Qui tutto era
deserto fino a pochi anni fa). Due code simmetriche si accalcano attorno alle
file dei buffet. Prendo un piatto, passo davanti al primo contenitore, lo apro,
raccolgo una cucchiaiata di cibo, proseguo al prossimo contenitore ripetendo
meccanicamente gli stessi gesti. E’ solo la legge fisica dell’equilibrio che
porrà un limite alla liturgia consigliando di dirottare verso un tavolo.
L’ambiente è da mensa, i cibi pure, i cuochi sono vestiti come quelli della mia
vecchia azienda, ma se non altro qui non si è obbligati a parlare di lavoro.
Oggi la cucina è cinese o almeno prova ad assomigliarle ed è buffo notare che
file di italiani e di russi si stanno ingozzando di cibo cinese cucinato da
cuochi egiziani: W la globalizzazione. Non posso non notare che la stragrande
maggioranza della popolazione di questo villaggio proviene dai due paesi
ritenuti (a torto o a ragione) maggiormente mafiosi.
Alle 17 il sole a Dahab scendeva dietro le montagne
bruciate dalla calura ed erose dal vento. Alle 17 veniva servito il the beduino:
seduti su cuscini comodi e polverosi, circondati da cacchette di cammello per
nulla puzzolenti grazie al gran secco della zona, sorbivamo un the denso di
aromi e di erbe, che si depositavano lentamente sul fondo del bicchiere. La
teiera, un tocco di latta che aveva visto tempi migliori, gira tra noi e le
braci. Si beveva e si chiacchierava. Si beveva e ci si godeva il tramonto e la
sua atmosfera.
Alle 17 il sole a Sharm scende dietro il profilo dei condomini. Alle 17 scocca
l’ora della pizza, questa sì all-inclusive. La gente si alza dalle sdraio e
ciondola verso il bar. In una mano il piatto che accoglierà la pizzetta,
nell’altro il bicchiere di plastica per la bibita. E dopo la pizza, arriva la
doccia, e dopo la doccia l’aperitivo, e dopo l’aperitivo ci si tuffa per la
cena, di sicuro non per l’appetito, quanto per sfuggire alle zanzare, anche loro
all-inclusive.
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