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Ricevo da Sergio e pubblico volentieri Una notte al col Longet
Il col Longet in Val Varaita è un colle piuttosto particolare. Lungi
dall'essere uno stretto intaglio tra i monti, dal lato francese si distende in
un vasto pianoro costellato di laghetti, su cui si riflettono il Monviso e il
Mongioia.
È alla fine di un percorso molto frequentato dal lato italiano, quello che sale
al lago Blu, poco sotto il colle. Tuttavia, la maggior parte degli escursionisti
si ferma lì, senza percorrere il breve tratto fino al colle, quasi sempre senza
neanche fare una puntata al vicino lago Nero, nella conca dominata dal Tour Real.
Io che ci vado a passare la notte da solo sono un po' bislacco, ma quelli che
salgono a dieci minuti da qui e non ci vengono lo sono molto di più.
Ci sono passato la prima volta tanti anni fa, arrivando dal vallone del Lupo,
lungo l'anello della cima di Pienansea. Di questo tratto della gita non ricordo
molto, di sicuro non notai il pianoro con tutti i laghetti. Ci sono poi tornato
in anni recenti ed è maturato in me il desiderio di venirci una volta per
riprendere il Monviso che al tramonto si riflette nei laghi. Ci provai già un
paio di volte, ma i nuvoloni che spesso avvolgono il Re di Pietra mi fregarono
in vario modo.
La terza volta mi è andata meglio. Ho trovato una giornata ventosa in cui le
nebbie non riescono a salire dalla pianura. Ci sono arrivato anche più
organizzato, con l'attrezzatura per passarci l'intera notte.
Salgo sotto il sole del pomeriggio, mentre le famigliole venute il sabato
mattina tornano indietro. Quando lo raggiungo è tutto per me. Sistemo il sacco a
pelo nel diroccato edificio militare poco sopra il colle e vado verso il
laghetto su cui si vede il Monviso riflettersi. In questi laghetti prolifera
un'alga che a turno riempie gli specchi d'acqua. In pieno giorno, i talli delle
alghe che galleggiano a pelo d'acqua riflettono la luce del sole con una tale
efficienza, che il lago visto dall'alto è completamente bianco, come se fosse
ghiacciato.
Ovviamente quest'anno il lago prescelto dall'alga è quello che interessa me,
cosicché il riflesso è più mogio di quanto potrebbe. L'aspetto positivo è però
che il lago è perfettamente placido, nonostante la brezza. Dopo un po' di
rimuginamenti e tentativi vari, piazzo il cavalletto in modo che la punta del
Monviso si rifletta in un punto in cui non ci sono alghe. Il suo riflesso sarà
più brillante.
Quando il colore della luce comincia a virare dal giallo all'arancio, schiaccio
a più riprese il pulsante di scatto e poi scelgo il momento migliore, poco prima
che il sole scompaia dietro l'orizzonte, in equilibrio tra colore e crepuscolo.
1. Tramonto sul Monviso
Lo spettacolo si prende una pausa e io mi concedo la cena. Torno al ricovero,
ma prima delle gozzoviglie piazzo il cavalletto per la prima foto notturna.
Voglio riprendere il centro galattico, nella costellazione dello Scorpione. Con
l'aiuto della bussola, punto la fotocamera nella direzione in cui si troverà
quando il crepuscolo avrà lasciato spazio al buio pesto. Sono le mie prime foto
notturne, devo improvvisare con la tecnica ma a casa mi sono preparato per
benino.
Mentre mangio e cerco di scaldarmi con la tisana, spuntano le prime stelle.
Verso le 22 è buio pesto, la via lattea è ben visibile ad occhio nudo. Provo il
primo scatto, controllo il risultato, aggiusto la posizione della fotocamera per
inquadrare meglio la zona che mi interessa e riprovo. Questo è lo scatto buono.
Come ho notato già di giorno, su questa zona passano parecchi aerei e ogni tanto
anche qualche satellite, ma la fortuna del principiante mi assiste.
2. Via Lattea
È una meraviglia vedere apparire sullo schermo i colori notturni, che a
occhio nudo non possiamo percepire, perché la luce è troppo fioca.
Provo a puntare il Monviso. Mentre la via lattea è in direzione della catena
alpina, dove il cielo è nero, oltre il Viso si vede un debole chiarore che ne fa
risaltare la sagoma. Sono le luci della pianura. Per il mio occhio non hanno
colore, ma nelle foto verranno di un arancione molto saturo.
Soddisfatto, vado a dormire.
Con un po' di fatica prendo sonno. C'è vento, ma il riparo e il sacco mi
proteggono a sufficienza, in certi momenti ho anche caldo. Punto la sveglia a
prima delle 5, perché voglio riprendere Orione che sorge, ma mi sveglio senza. È
mezzanotte. Non riuscirò più a riprendere sonno. O forse sì, non sono sicuro di
cosa sia successo nella mia mente quella notte. Una serie di pensieri senza
controllo si susseguono veloci, senza connessione e senza consapevolezza. Ogni
tanto li fermo e riacquisto coscienza, senza sapere più ricostruire cosa fluiva
nella mia testa pochi secondi prima. Guardo l'orologio, sperando che abbastanza
tempo sia passato dalla volta precedente. Ma è sempre troppo presto. Il vento si
fa più teso e fischia contro le rocce, devo indossare la giacca che mi ero
tolto. Mi impongo di non guardare l'orologio quando mi verrebbe voglia, di
rimandare alla volta successiva, ma anche così il tempo non passa mai.
Alle 4 mi alzo. Fa freddo, tutti gli strati sono appena sufficienti. Orione è
là, poco sopra l'orizzonte, però è un po' troppo lontano dal Monviso per la foto
che avevo in mente. Lo riprendo comunque insieme alle Pleiadi.
3. L'alba di Orione
Il centro galattico è scomparso dietro l'orizzonte e non so cosa riprendere.
Finora ho usato il grandangolare, perché è più facile centrale il soggetto
mirando a naso (il mirino è completamente nero, inservibile). Decido di provare
col teleobiettivo. Inquadro a occhio il Monviso, scatto per vedere dove l'ho
messo, aggiusto la direzione di puntamento. Al terzo tentativo lo centro in
pieno. Anche la messa a fuoco va per tentativi. (Invece per grandangolare a casa
avevo progettato un metodo tra il diabolico e l'ingegneristico).
Calcolo il tempo che mi serve per avere stelle ferme con la nuova focale,
imposto gli altri parametri di conseguenza e riprendo il Monviso con le stelle e
la strana luce arancione della civiltà. Non l'ho ancora detto, ma proprio
stamattina due miei amici tenteranno la normale del Monviso. A quest'ora
staranno facendo colazione al Quintino Sella. Sono più tesi loro o io?
4. Monviso di notte

Decido poi di provare a riprendere le scie delle stelle che di muovono nel
cielo. Aumento il tempo di posa al massimo e aggiusto gli altri parametri di
conseguenza. Il secondo tentativo è quello buono.
5. Monviso con startrail

Con tutti questi esperimenti è trascorso un sacco di tempo, più di un quarto
d'ora solo per i due stratrail. Ho risolto brillantemente il problema che mi ha
angustiato per tutta la notte insonne. Però il vento freddo si è messo a scavare
nelle mie ossa, così vado a rifugiarmi nel sacco a pelo per un altro po'.
Mi alzo quando intravedo i primi chiarori, perché voglio scattare qualche foto
già prima che sorga il sole. Torno al lago col riflesso per riprendere la
silhouette del Monviso
6. Alba in bianconero

7. Alba al col Longet

Non mi restano che le foto alle montagne rosse d'aurora. Per queste non ho un
piano preciso. Decido di andare ad un laghetto che finora ho trascurato, sulle
cui sponde crescono gli eriofori. Com'è noto, questi fiori vivono nelle zone
umide, per cui devo cercare di muovermi con prudenza per non sprofondare nel
fango, o, peggio ancora, farci sprofondare la fotocamera, con effetti
irrimediabili. Dopo aver scartato le zone asciutte, con accortezza e fortuna,
trovo una buona inquadratura in equilibrio su qualche zolla più solida. Piazzo
il cavalletto e tutto l'ambaradan e vado a sorseggiare un po' di tè caldo in
attesa che la luce arrivi.
Come mi sento bene! Non vorrei essere in nessun altro posto in nessun altro
istante.
Quando la luce arriva, rapido torno al cavalletto e di nuovo faccio vari
tentativi per cogliere l'attimo migliore. Il vento notturno si sta placando, ma
il lago resta increspato. Devo fare a meno dei riflessi.
8. Salza e Mongioia

'Sta mancanza dei riflessi un po' mi rode. Ho scelto i laghi proprio per
quelli. Faccio perciò le capriole per la gioia quando mi accorgo che una zona di
lago è placida. Solo che arrivare al bordo non è semplice: la zona è molto
paludosa e rischio grosso. Avanzo con molta prudenza, zolla dopo zolla, tastando
il terreno ad ogni passo nella speranza di arrivare sul solido fino a riva. La
sorte mi assiste, ma piazzare il cavalletto su una zolla singola è già
un'impresa e di metterlo in bolla non se ne parla neanche. Anche manovralo
protendendomi dalla zolla a fianco non è un'affare tanto semplice, così
l'immagine avrà bisogno di una bella raddrizzatina al computer.
Mentre mi sto impegnando in questo cimento, il lago torna ad incresparsi e a me
non resta che aspettare in equilibrio precario. Ogni volta che mi sembra
raggiungere un minimo, scatto, speranzoso che si quieti e inquieto per il
fuggire della luce. Alla fine lo scatto migliore è questo.
9. Riflessi al col Longet

Soddisfatto, prendo le mie cianfrusaglie, torno al ricovero, carico lo zaino
e scendo. Sono le 7.30, c'è ancora tutto il giorno davanti ma non vedo l'ora di
andare a dormire un'ora in un letto vero.
Sergio Chiappino
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