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Come scegliamo solitamente la nostra
meta turistica ?
Le motivazioni che ci fanno
preferire un luogo ad un'altro sono
probabilmente le più disparate.
Molto spesso la decisione, ben lungi
dall'essere scevra da
condizionamenti di ogni sorta, si
traduce nell'ennesimo compromesso
esistenziale.
A volte però riusciamo a spezzare il
giogo, tanto da poterci permettere
il lusso di seguire non le
convenzioni, ma il nostro più
profondo sentire, il nostro istinto,
la nostra essenza, il nostro
autentico essere. E allora basta una
frase che ci colpisca, una
fotografia che ci affascini, una
leggenda che ci intrighi, un
panorama che ci ispiri, per farci
catturare da “quell'idea” che ci
attrae con la forza della sua
perfetta sintonia con i nostri
bisogni profondi. Nel mio caso
specifico, a fare da calamita verso
la Val di Sole è stata “La Scalinata
dei Larici Monumentali”. Attorno ad
essa è nata e si è strutturata la
mia vacanza solandra.
Vi racconto com'e' andata. 23
Agosto: dal Passo del Tonale a
Vermiglio. Con l'auto raggiungo
il Passo del Tonale. Ci sono già
salita più volte, ma non l'ho mai
superato questo valico: tra la
Lombardia e il Trentino, tra la Val
Camonica e la Val di Sole.
Una via di traffici commerciali e di
pellegrinaggio molto importante fin
dal Medioevo, e proprio come i
pellegrini di un tempo voglio
ripercorrere, a piedi, l'antica
strada di collegamento sfruttando
una ex-strada militare utilizzata
nella Prima guerra mondiale, quando
austriaci e italiani si contendevano
il confine di Stato.
Parcheggio l'auto nel piazzale della
funivia di Valbiolo, poi risalgo la
stradetta asfaltata fino
all'ex-ospizio di S.Bartolomeo con
la sua chiesetta del 1127. Un tempo
questo edificio dava ricovero ai
viandanti di passaggio, ora è stato
trasformato in un albergo.
Continuo in discesa godendomi il
panorama sul gruppo della
Presanella: “Proprio lì sotto c'è il
rifugio Denza” mi racconta un
anziano villeggiante, “Quante volte
ci sono arrivato, un tempo!” .
Chiacchieriamo un po' addentrandoci
in bel lariceto, finchè raggiungiamo
le rovine del Forte Mero, una delle
fortificazioni usate nella Grande
Guerra.
Salutato il mio fugace
accompagnatore riprendo la ex-strada
militare. E' un vero piacere
camminare al fresco dopo aver patito
tanta calura in città, ma l'immagine
che ho davanti collega la mia
memoria su vecchi film di guerra
visti in TV. Mentre percorro la
strada immagino camionette di
militari che sobbalzano sullo
sterrato, mentre pochi partigiani
risalgono faticosamente i pendii per
nascondersi alla vista, o per
prepararsi ad un'attacco. Nella
mente risuonano gli spari, una bomba
che scoppia, lo stridore della
camionetta che si capovolge, le urla
di dolore dei soldati, le grida dei
dei superiori che impartiscono i
comandi....
La fantasia si spegne al profilarsi
di una deviazione: al di là di un
ponticello si va per il Forte
Strino. M'incammino di nuovo in
discesa osservando i funghi spuntati
nel bosco e quasi non mi accorgo di
quel nuovo cartello che indica, a
destra, il forte a 10 minuti.
Una breve ma ripida discesa ed
eccolo: è la fortificazione meglio
conservata, restaurata di recente.
Questo forte sbarrava la via di
valle con un presidio di 70 soldati
e con cannoni di vario calibro. In
visita c'e' un bel gruppo di
persone, hanno raggiunto il forte
direttamente dalla statale 42 del
Tonale che gli passa proprio
davanti.
Un paio di foto e ritorno sui miei
passi. Riprendo la via maestra che
scende fino a Vermiglio, procedendo
ancora per una mezz'ora che mi
regala dei bellissimi panorami sulla
Presanella. Difronte ad un larice
verniciato con una striscia azzurra
incrocio una nuova deviazione a
destra. Mi fermo per un rapido
calcolo: sto camminando
piacevolmente da 3 ore e forse è il
caso di cominciare a pensare al
rientro. M'avvio a destra e scendo
in pochi minuti sul retro di un
ristorante affacciato sulla statale,
lì trovo anche la fermata
dell'autobus che in breve mi
riporterà al passo. Non ho raggiunto
il paese di Vermiglio, ma la calata
in Val di Sole è ormai iniziata.
24 agosto: l'anello in Val di Rabbi.
La Val di Rabbi è una laterale
della Val di Sole, nota soprattutto
per le spumeggianti cascate del
torrente Rabbies.
Lascio l'auto nel parcheggio della
località Coler e m'avvio sulla
forestale che riceve i turisti con
un simpatico “benvenuto”. Mi serve
circa mezz'ora per arrivare al
Centro visite del Parco (Parco
Nazionale dello Stelvio) lungo un
tragitto che mi lascia perplessa: le
sponde del torrente sono
drasticamente spoglie di alberi.
Sono stati tagliati ed i loro
tronchi ammassati disordinatamente
sulle rive. La parola “scempio”
continua a ronzarmi in testa finchè
m'imbatto nella “Segheria veneziana
di Begoi” e il dilemma si spiega. E'
un' antica segheria azionata dalle
acque del torrente e tuttora
funzionante, utilizzata per
sfruttare quella che un tempo era la
risorsa principale della valle, per
tagliare e ridurre i tronchi in
tavole. Nel periodo estivo viene
messa in funzione durante le visite.
Oltre il Centro visite si estende la
bassa Val di Saent percorsa da una
forestale che consente l'accesso di
un bus navetta diretto alla Malga
Stablasolo. Anch'io devo passare
dalla malga per dirigermi alle
cascate di Saent ma non mi va di
sorbirmi il continuo andirivieni
della navetta, così mi guardo
attorno e senza oltrepassare il
ponte sul torrente imbocco un largo
sentiero che resta riservato ai
pedoni e che, appena sotto la malga,
confluisce sul sentiero principale
mediante l'attraversamento di un
ponticello. Dalla malga il sentiero
mi porta alle bellissime cascate che
precipitano con fragore nella
stretta gola rocciosa, quindi al
Dosso della Croce (1800m) che mi
offre una visione idilliaca sul
meraviglioso Pra di Saent, per
scendere alla sua malga davanti alla
quale parte la scalinata dei larici
monumentali.
Di larici ne ho incontrato ovunque
risalendo la Valle di Rabbi, ma è
lungo la scalinata che ho osservato
una concentrazione straordinaria di
giganti: sono 23 “grandi vecchi”
cresciuti a quasi 2.000 m di quota
d'età compresa tra i 300 e i 500
anni. Al piede dei maestosi
esemplari sono posizionati dei
pannelli che illustrano le loro
caratteristiche. Proprio da queste
traggono origine i loro nomi. Così
ho incontrato il “cinque tronchi”,
continuamente decimato dagli agenti
atmosferici in altezza ha continuato
a rafforzarsi alla base, creando
alla fine ben 5 tronchi per un'unico
esemplare. O “la tana” , che ha una
piccola grotta ai piedi del fusto in
grado di offrire riparo ai più
svariati animali. O “l'ospite
patriarca”, un'inaspettato abete
rosso fra tanti larici. Si stima sia
il più grosso di Saent e forse il
più vecchio, un vero patriarca.
Sullo stessso percorso molti altri
larici mi hanno emozionato, seppur
non evidenziati. I loro tronchi
raccontano la lunga lotta per la
sopravvivenza su un terreno
impervio, al quale hanno dovuto
adattarsi. La loro grandiosità,
testimonianza di una vittoria
alquanto sofferta, mi ha saputo
trasmettere un senso di sicurezza,
di protezione e di conforto, in un
periodo non facile della mia vita.
La lora bellezza è un vero
spettacolo, un' autentica Cappella
Sistina della natura. Da togliere il
fiato.
Torno al Dosso della Croce con con
sentimento di gioia che mi pervade
l'animo. Se potessi non lascerei più
questo posto.... ma non posso.
Allora cerco di studiare un percorso
di rientro che mi permetta di
rimanere il più a lungo possibile
nella valle.
Dal Dosso non scendo, ma salgo
ancora, sul faticoso sentiero che
conduce al rifugio Campisol.
Sono le 15,30 e con una lunga
traversata in quota in leggero
saliscendi, che tocca le malghe
Stablaz alta, dove m'attende una
vivace marmotta, e Stablaz bassa
della Val Maleda, rientro al
parcheggio di Coler impiegando 4 ore
di sola discesa.
Sono esausta, ma felice.
I miei amici lassù, resteranno per
sempre nel mio cuore.
25 agosto: il periplo del lago
Pian Palù. Stamattina mi alzo
spossata. Pare che la stanchezza di
ieri si sia riversata interamente
nei miei piedi, mi fanno male e sono
riuscita ad addormentarmi solo
all'alba.
La giornata però è magnifica, è da
sfruttare. Magari con un percorso
soft, che lasci ampio spazio ai
momenti di sosta.
Decido quindi per un tranquillo giro
intorno al lago di Pian Palù, in Val
di Pejo, altra laterale della Val di
Sole.
Con l'auto, da Pejo Fonti è
possibile proseguire sulla forestale
(asfaltata) che conduce al
parcheggio di Fontanino di Celentino,
accanto al rifugio Fontanino. (Si
tratta di una fonte idrica
ferruginosa, con proprietà
riconosciute per reni, fegato e
apparato diuretico)
Scatto la prima foto della giornata
e parte il riavvolgimento della
pellicola. Penso:” Nessun problema,
ne ho una nuova di zecca pronta per
essere usata”. Mi accosto ad un
tavolo all'esterno del rifugio per
eseguire la mia operazione ma,
proprio mentre sono nella fase più
delicata, vengo strattonata da un
paio di ragazzini un po' troppo
vivaci.
La macchina fotografica si chiude
inavvertitamente, parte il
riavvolgimento della pellicola, la
riapro all'istante per
riposizionarla, poi la richiudo, poi
la riapro, poi la richiudo,
insomma.... il danno è compiuto, la
pellicola è da buttare. Irrompo nel
rifugio sperando che abbiano
pellicole in vendita ma.... è l'era
del digitale, di pellicole neanche
l'ombra.
Sono seccatissima, ma a questo punto
che posso fare ?
Ripongo la macchina fotografica
nella custodia e parto per la mia
escursione: “Speriamo che il fato mi
venga incontro” borbotto tra mè.
La sterrata supera la bastionata
rocciosa su cui è stata eretta la
diga per poi proseguire verso Malga
Giumela. Dalla malga la strada
continua pianeggiante nel bosco fino
ad incrociare una deviazione che
porta ai laghi di Lagostiel. Mi
piacerebbe salirci, ma bisogna
aggiungere altri 450 m di dislivello
ai 400 m già compiuti e non sarebbe
più una passeggiata. Tiro dritto e
in breve raggiungo la vasta conca
erbosa di Malga Paludei (2106m), il
punto più alto dell'escursione.
L'alpeggio è stato riadattato dalla
direzione del Parco dello Stelvio a
bivacco e nei pressi trovo parecchia
gente impegnata nel pranzo
quotidiano. Decido di sostare
anch'io, ma non prima di aver
visitato la croce sotto la quale un
soldato austroungarico ha scritto il
proprio pensiero. Mentre mi avvicino
alla croce sento una coppia che
discute: ”Era compito tuo pensare al
materiale fotografico, che ne so io
che le pile erano quasi scariche ?”
risponde lei a lui.
Ecco la mia occasione, da cogliero
al volo! Intervengo decisa con un:
“Se avete le pile scariche posso
aiutarvi. Ne ho di scorta e, almeno
per oggi, a me non servono di certo.
Sono rimasta senza pellicola.”
Baratto la mia offerta con alcune
delle loro foto della giornata,
sperando di riceverle all'indirizzo
mail che gli comunico.
(Al mio rientro troverò le foto
promesse. Di nuovo grazie alla
coppia veneta che ho incontrato).
Al bivacco termina la strada
sterrata e la discesa verso la Malga
Pian Palù avviene su sentiero. Da
qui la strada si fa di nuovo
sterrata e continua regolare sulla
sponda del lago verso la diga,
superando una galleria scavata nella
roccia prima di scendere al rifugio
Fontanino.
26 agosto: l'anello del rifugio
Scoiattolo. Ieri, salendo verso
il rifugio Fontanino, ho notato una
deviazione sulla destra che indicava
una
ex-strada militare costruita dalle
truppe austriache nei primi anni del
secolo: la stada militare della
Vegaia. Studiando brevemente la
mappa della valle mi accorgo che
partendo da qui, è possibile
percorrere un giro ad anello con
meta il rifugio Scoiattolo. Per la
verità ci si può arrivare
comodamente utilizzando gli impianti
di risalita “Tarlenta” di Pejo
Fonti, ma vale la pena di farsi la
camminata perchè il tracciato tocca
diverse attrattive interessanti.
La ex-strada militare mi porta quasi
subito alla Malga Termenago di
Sotto, quindi, con alcuni tornanti,
mi fa salire nel fresco bosco. Nei
pressi di un tornante svolto a
destra lungo un sentiero che indica
la cascata Cadin, formata dal rio
Cadin.
Il sentiero rasenta la cascata per
poi sbucare sul bucolico pianoro di
Malga Covel. La malga è immersa nei
verdissimi prati tenuti a pascolo
dai contadini locali, allevano
soprattutto capre e accanto alla
malga c'è un'agriturismo che vende
direttamente il caprino di Pejo.
A pochi minuti di distanza il
sentiero porta alle acque scure del
piccolo lago Covel e, poco più in
là, alle cascate create dal
precipitare a valle del rio Vioz.
Nella zona ci sono aree di sosta
adibite a
pic-nic, con tanto di braci che
sfrigolano nei barbecue. Che
profumini e che tentazione!
Devo raccogliere tutte le mie forze
per allontanarmi sul sentiero 127,
che dopo un'erto strappo, seguito da
un cammino meno faticoso fra
bellissimi esemplari di sorbo, mi
porta in località Tarlenta, dove è
arroccata la stazione di arrivo del
primo troncone della funivia. Un
altro piccolo sforzo et voilà, ai
miei piedi appare il rifugio
Scoiattolo.
Al rifugio ritrovo un gruppetto di
tre ragazzi romani che mi hanno
superato nella salita. Uno di loro
l'ho soprannominato “gianicolo”
perchè mentre salivamo s'è sentito
un forte rumore che poteva sembrare
un tuono, se non fosse che la
giornata è di pieno sole. Ma lui non
ha pensato ad un tuono, da buon
romano mi ha guardata dicendomi che
il cannone del Gianicolo aveva
appena decretato il mezzogiorno.
Per il rientro punto verso la
località Gaggio, un paio di
costruzioni Enel abbandonate, per
poi sfociare su di una comoda
forestale che scende verso il
cimitero militare di S.Rocco e
successivamente raggiunge Pejo
paese. Da qui con la provinciale
rientro a Pejo Fonti.
27 agosto: il Monte Vigo.
Ultimo giorno di vacanza.
Fra l'aquisto di souvenirs, le
cartoline da spedire e il viaggio di
rientro, non resta molto tempo da
dedicare all'ultima escursione.
Mi piacerebbe salire al Monte Vigo
(2179m) partendo da Marilleva e
passando dai laghetti del malghetto
di Mezzana, ma i tempi stringono e
mio malgrado sono costretta ad
adottare una soluzione più veloce.
Parto da Folgarida utilizzando la
cabinovia del Monte Folgarida che in
15 minuti mi scarica davanti al
rifugio-albergo Albasini a quota
1861m.
Dall'albergo una strada sterrata
immersa in un rado lariceto, con
lieve pendenza e con bellissime
vedute, oltrepassa il Monte
Spolverino e mi conduce al
ristorante Solander. Continuo a
salire mentre leggo un cartello che
mi avvisa di essere nel Parco
Adamello-Brenta e poco prima di
arrivare al rifugio Orso Bruno,
dalla forestale ammiro
un'incantevole veduta sul
sottostante lago Malghetto di
Mezzana superiore.
Mi servono pochi altri minuti di
cammino per toccare la cima del
Monte Vigo, che offre uno
spettacolare panorama, in
particolare sul Brenta.
Le foto di rito, quattro chiacchiere
con altri turisti e s'è già fatta
l'una del pomeriggio. Scendo al
rifugio Orso Bruno per farmi
l'ultimo regalo: un fumante piatto
di polenta e funghi da gustare sulla
terrazza del rifugio, con gli occhi
incollati al panorama.
Ritorno alla cabinovia con molta
malavoglia, contemplando lo
“sfregio” paesaggistico dei numerosi
impianti di risalita utilizzati
soprattutto nella stagione
invernale.
Il caro prezzo pagato per la
comodità. Patrizia – Bergamo.
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