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 pict  VAL DI SOLE (TN) – Agosto 2009 (by Patrizia)    

Come scegliamo solitamente la nostra meta turistica ?
Le motivazioni che ci fanno preferire un luogo ad un'altro sono probabilmente le più disparate.
Molto spesso la decisione, ben lungi dall'essere scevra da condizionamenti di ogni sorta, si traduce nell'ennesimo compromesso esistenziale.
A volte però riusciamo a spezzare il giogo, tanto da poterci permettere il lusso di seguire non le convenzioni, ma il nostro più profondo sentire, il nostro istinto, la nostra essenza, il nostro autentico essere. E allora basta una frase che ci colpisca, una fotografia che ci affascini, una leggenda che ci intrighi, un panorama che ci ispiri, per farci catturare da “quell'idea” che ci attrae con la forza della sua perfetta sintonia con i nostri bisogni profondi.

Nel mio caso specifico, a fare da calamita verso la Val di Sole è stata “La Scalinata dei Larici Monumentali”. Attorno ad essa è nata e si è strutturata la mia vacanza solandra.
Vi racconto com'e' andata.

23 Agosto: dal Passo del Tonale a Vermiglio.

Con l'auto raggiungo il Passo del Tonale. Ci sono già salita più volte, ma non l'ho mai superato questo valico: tra la Lombardia e il Trentino, tra la Val Camonica e la Val di Sole.
Una via di traffici commerciali e di pellegrinaggio molto importante fin dal Medioevo, e proprio come i pellegrini di un tempo voglio ripercorrere, a piedi, l'antica strada di collegamento sfruttando una ex-strada militare utilizzata nella Prima guerra mondiale, quando austriaci e italiani si contendevano il confine di Stato.
Parcheggio l'auto nel piazzale della funivia di Valbiolo, poi risalgo la stradetta asfaltata fino
all'ex-ospizio di S.Bartolomeo con la sua chiesetta del 1127. Un tempo questo edificio dava ricovero ai viandanti di passaggio, ora è stato trasformato in un albergo.
Continuo in discesa godendomi il panorama sul gruppo della Presanella: “Proprio lì sotto c'è il rifugio Denza” mi racconta un anziano villeggiante, “Quante volte ci sono arrivato, un tempo!” .
Chiacchieriamo un po' addentrandoci in bel lariceto, finchè raggiungiamo le rovine del Forte Mero, una delle fortificazioni usate nella Grande Guerra.
Salutato il mio fugace accompagnatore riprendo la ex-strada militare. E' un vero piacere camminare al fresco dopo aver patito tanta calura in città, ma l'immagine che ho davanti collega la mia memoria su vecchi film di guerra visti in TV. Mentre percorro la strada immagino camionette di militari che sobbalzano sullo sterrato, mentre pochi partigiani risalgono faticosamente i pendii per nascondersi alla vista, o per prepararsi ad un'attacco. Nella mente risuonano gli spari, una bomba che scoppia, lo stridore della camionetta che si capovolge, le urla di dolore dei soldati, le grida dei dei superiori che impartiscono i comandi....
La fantasia si spegne al profilarsi di una deviazione: al di là di un ponticello si va per il Forte Strino. M'incammino di nuovo in discesa osservando i funghi spuntati nel bosco e quasi non mi accorgo di quel nuovo cartello che indica, a destra, il forte a 10 minuti.
Una breve ma ripida discesa ed eccolo: è la fortificazione meglio conservata, restaurata di recente. Questo forte sbarrava la via di valle con un presidio di 70 soldati e con cannoni di vario calibro. In visita c'e' un bel gruppo di persone, hanno raggiunto il forte direttamente dalla statale 42 del Tonale che gli passa proprio davanti.
Un paio di foto e ritorno sui miei passi. Riprendo la via maestra che scende fino a Vermiglio, procedendo ancora per una mezz'ora che mi regala dei bellissimi panorami sulla Presanella. Difronte ad un larice verniciato con una striscia azzurra incrocio una nuova deviazione a destra. Mi fermo per un rapido calcolo: sto camminando piacevolmente da 3 ore e forse è il caso di cominciare a pensare al rientro. M'avvio a destra e scendo in pochi minuti sul retro di un ristorante affacciato sulla statale, lì trovo anche la fermata dell'autobus che in breve mi riporterà al passo. Non ho raggiunto il paese di Vermiglio, ma la calata in Val di Sole è ormai iniziata.
24 agosto: l'anello in Val di Rabbi.

La Val di Rabbi è una laterale della Val di Sole, nota soprattutto per le spumeggianti cascate del torrente Rabbies.
Lascio l'auto nel parcheggio della località Coler e m'avvio sulla forestale che riceve i turisti con un simpatico “benvenuto”. Mi serve circa mezz'ora per arrivare al Centro visite del Parco (Parco Nazionale dello Stelvio) lungo un tragitto che mi lascia perplessa: le sponde del torrente sono drasticamente spoglie di alberi.
Sono stati tagliati ed i loro tronchi ammassati disordinatamente sulle rive. La parola “scempio” continua a ronzarmi in testa finchè m'imbatto nella “Segheria veneziana di Begoi” e il dilemma si spiega. E' un' antica segheria azionata dalle acque del torrente e tuttora funzionante, utilizzata per sfruttare quella che un tempo era la risorsa principale della valle, per tagliare e ridurre i tronchi in tavole. Nel periodo estivo viene messa in funzione durante le visite.
Oltre il Centro visite si estende la bassa Val di Saent percorsa da una forestale che consente l'accesso di un bus navetta diretto alla Malga Stablasolo. Anch'io devo passare dalla malga per dirigermi alle cascate di Saent ma non mi va di sorbirmi il continuo andirivieni della navetta, così mi guardo attorno e senza oltrepassare il ponte sul torrente imbocco un largo sentiero che resta riservato ai pedoni e che, appena sotto la malga, confluisce sul sentiero principale mediante l'attraversamento di un ponticello. Dalla malga il sentiero mi porta alle bellissime cascate che precipitano con fragore nella stretta gola rocciosa, quindi al Dosso della Croce (1800m) che mi offre una visione idilliaca sul meraviglioso Pra di Saent, per scendere alla sua malga davanti alla quale parte la scalinata dei larici monumentali.
Di larici ne ho incontrato ovunque risalendo la Valle di Rabbi, ma è lungo la scalinata che ho osservato una concentrazione straordinaria di giganti: sono 23 “grandi vecchi” cresciuti a quasi 2.000 m di quota d'età compresa tra i 300 e i 500 anni. Al piede dei maestosi esemplari sono posizionati dei pannelli che illustrano le loro caratteristiche. Proprio da queste traggono origine i loro nomi. Così ho incontrato il “cinque tronchi”, continuamente decimato dagli agenti atmosferici in altezza ha continuato a rafforzarsi alla base, creando alla fine ben 5 tronchi per un'unico esemplare. O “la tana” , che ha una piccola grotta ai piedi del fusto in grado di offrire riparo ai più svariati animali. O “l'ospite patriarca”, un'inaspettato abete rosso fra tanti larici. Si stima sia il più grosso di Saent e forse il più vecchio, un vero patriarca.
Sullo stessso percorso molti altri larici mi hanno emozionato, seppur non evidenziati. I loro tronchi raccontano la lunga lotta per la sopravvivenza su un terreno impervio, al quale hanno dovuto adattarsi. La loro grandiosità, testimonianza di una vittoria alquanto sofferta, mi ha saputo trasmettere un senso di sicurezza, di protezione e di conforto, in un periodo non facile della mia vita. La lora bellezza è un vero spettacolo, un' autentica Cappella Sistina della natura. Da togliere il fiato.
Torno al Dosso della Croce con con sentimento di gioia che mi pervade l'animo. Se potessi non lascerei più questo posto.... ma non posso. Allora cerco di studiare un percorso di rientro che mi permetta di rimanere il più a lungo possibile nella valle.
Dal Dosso non scendo, ma salgo ancora, sul faticoso sentiero che conduce al rifugio Campisol.
Sono le 15,30 e con una lunga traversata in quota in leggero saliscendi, che tocca le malghe Stablaz alta, dove m'attende una vivace marmotta, e Stablaz bassa della Val Maleda, rientro al parcheggio di Coler impiegando 4 ore di sola discesa.
Sono esausta, ma felice.
I miei amici lassù, resteranno per sempre nel mio cuore.

25 agosto: il periplo del lago Pian Palù.

Stamattina mi alzo spossata. Pare che la stanchezza di ieri si sia riversata interamente nei miei piedi, mi fanno male e sono riuscita ad addormentarmi solo all'alba.
La giornata però è magnifica, è da sfruttare. Magari con un percorso soft, che lasci ampio spazio ai momenti di sosta.
Decido quindi per un tranquillo giro intorno al lago di Pian Palù, in Val di Pejo, altra laterale della Val di Sole.
Con l'auto, da Pejo Fonti è possibile proseguire sulla forestale (asfaltata) che conduce al parcheggio di Fontanino di Celentino, accanto al rifugio Fontanino. (Si tratta di una fonte idrica ferruginosa, con proprietà riconosciute per reni, fegato e apparato diuretico)
Scatto la prima foto della giornata e parte il riavvolgimento della pellicola. Penso:” Nessun problema, ne ho una nuova di zecca pronta per essere usata”. Mi accosto ad un tavolo all'esterno del rifugio per eseguire la mia operazione ma, proprio mentre sono nella fase più delicata, vengo strattonata da un paio di ragazzini un po' troppo vivaci.
La macchina fotografica si chiude inavvertitamente, parte il riavvolgimento della pellicola, la riapro all'istante per riposizionarla, poi la richiudo, poi la riapro, poi la richiudo, insomma.... il danno è compiuto, la pellicola è da buttare. Irrompo nel rifugio sperando che abbiano pellicole in vendita ma.... è l'era del digitale, di pellicole neanche l'ombra.
Sono seccatissima, ma a questo punto che posso fare ?
Ripongo la macchina fotografica nella custodia e parto per la mia escursione: “Speriamo che il fato mi venga incontro” borbotto tra mè.
La sterrata supera la bastionata rocciosa su cui è stata eretta la diga per poi proseguire verso Malga Giumela. Dalla malga la strada continua pianeggiante nel bosco fino ad incrociare una deviazione che porta ai laghi di Lagostiel. Mi piacerebbe salirci, ma bisogna aggiungere altri 450 m di dislivello ai 400 m già compiuti e non sarebbe più una passeggiata. Tiro dritto e in breve raggiungo la vasta conca erbosa di Malga Paludei (2106m), il punto più alto dell'escursione. L'alpeggio è stato riadattato dalla direzione del Parco dello Stelvio a bivacco e nei pressi trovo parecchia gente impegnata nel pranzo quotidiano. Decido di sostare anch'io, ma non prima di aver visitato la croce sotto la quale un soldato austroungarico ha scritto il proprio pensiero. Mentre mi avvicino alla croce sento una coppia che discute: ”Era compito tuo pensare al materiale fotografico, che ne so io che le pile erano quasi scariche ?” risponde lei a lui.
Ecco la mia occasione, da cogliero al volo! Intervengo decisa con un: “Se avete le pile scariche posso aiutarvi. Ne ho di scorta e, almeno per oggi, a me non servono di certo. Sono rimasta senza pellicola.” Baratto la mia offerta con alcune delle loro foto della giornata, sperando di riceverle all'indirizzo mail che gli comunico.
(Al mio rientro troverò le foto promesse. Di nuovo grazie alla coppia veneta che ho incontrato).
Al bivacco termina la strada sterrata e la discesa verso la Malga Pian Palù avviene su sentiero. Da qui la strada si fa di nuovo sterrata e continua regolare sulla sponda del lago verso la diga, superando una galleria scavata nella roccia prima di scendere al rifugio Fontanino.

26 agosto: l'anello del rifugio Scoiattolo.

Ieri, salendo verso il rifugio Fontanino, ho notato una deviazione sulla destra che indicava una
ex-strada militare costruita dalle truppe austriache nei primi anni del secolo: la stada militare della Vegaia. Studiando brevemente la mappa della valle mi accorgo che partendo da qui, è possibile percorrere un giro ad anello con meta il rifugio Scoiattolo. Per la verità ci si può arrivare comodamente utilizzando gli impianti di risalita “Tarlenta” di Pejo Fonti, ma vale la pena di farsi la camminata perchè il tracciato tocca diverse attrattive interessanti.
La ex-strada militare mi porta quasi subito alla Malga Termenago di Sotto, quindi, con alcuni tornanti, mi fa salire nel fresco bosco. Nei pressi di un tornante svolto a destra lungo un sentiero che indica la cascata Cadin, formata dal rio Cadin.
Il sentiero rasenta la cascata per poi sbucare sul bucolico pianoro di Malga Covel. La malga è immersa nei verdissimi prati tenuti a pascolo dai contadini locali, allevano soprattutto capre e accanto alla malga c'è un'agriturismo che vende direttamente il caprino di Pejo.
A pochi minuti di distanza il sentiero porta alle acque scure del piccolo lago Covel e, poco più in là, alle cascate create dal precipitare a valle del rio Vioz. Nella zona ci sono aree di sosta adibite a
pic-nic, con tanto di braci che sfrigolano nei barbecue. Che profumini e che tentazione!
Devo raccogliere tutte le mie forze per allontanarmi sul sentiero 127, che dopo un'erto strappo, seguito da un cammino meno faticoso fra bellissimi esemplari di sorbo, mi porta in località Tarlenta, dove è arroccata la stazione di arrivo del primo troncone della funivia. Un altro piccolo sforzo et voilà, ai miei piedi appare il rifugio Scoiattolo.
Al rifugio ritrovo un gruppetto di tre ragazzi romani che mi hanno superato nella salita. Uno di loro l'ho soprannominato “gianicolo” perchè mentre salivamo s'è sentito un forte rumore che poteva sembrare un tuono, se non fosse che la giornata è di pieno sole. Ma lui non ha pensato ad un tuono, da buon romano mi ha guardata dicendomi che il cannone del Gianicolo aveva appena decretato il mezzogiorno.
Per il rientro punto verso la località Gaggio, un paio di costruzioni Enel abbandonate, per poi sfociare su di una comoda forestale che scende verso il cimitero militare di S.Rocco e successivamente raggiunge Pejo paese. Da qui con la provinciale rientro a Pejo Fonti.

27 agosto: il Monte Vigo.

Ultimo giorno di vacanza.
Fra l'aquisto di souvenirs, le cartoline da spedire e il viaggio di rientro, non resta molto tempo da dedicare all'ultima escursione.
Mi piacerebbe salire al Monte Vigo (2179m) partendo da Marilleva e passando dai laghetti del malghetto di Mezzana, ma i tempi stringono e mio malgrado sono costretta ad adottare una soluzione più veloce.
Parto da Folgarida utilizzando la cabinovia del Monte Folgarida che in 15 minuti mi scarica davanti al rifugio-albergo Albasini a quota 1861m.
Dall'albergo una strada sterrata immersa in un rado lariceto, con lieve pendenza e con bellissime vedute, oltrepassa il Monte Spolverino e mi conduce al ristorante Solander. Continuo a salire mentre leggo un cartello che mi avvisa di essere nel Parco Adamello-Brenta e poco prima di arrivare al rifugio Orso Bruno, dalla forestale ammiro un'incantevole veduta sul sottostante lago Malghetto di Mezzana superiore.
Mi servono pochi altri minuti di cammino per toccare la cima del Monte Vigo, che offre uno spettacolare panorama, in particolare sul Brenta.
Le foto di rito, quattro chiacchiere con altri turisti e s'è già fatta l'una del pomeriggio. Scendo al rifugio Orso Bruno per farmi l'ultimo regalo: un fumante piatto di polenta e funghi da gustare sulla terrazza del rifugio, con gli occhi incollati al panorama.
Ritorno alla cabinovia con molta malavoglia, contemplando lo “sfregio” paesaggistico dei numerosi impianti di risalita utilizzati soprattutto nella stagione invernale.
Il caro prezzo pagato per la comodità.

Patrizia – Bergamo.  

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