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 pict  Una sbiciata al lago Baranca (by Alberto)    
Il racconto di un gruppetto di compagnoni zainoinspallisti, che non hanno certo bisogno del sottoscritto per le loro immersioni nella natura bagnata :-)

Piazzale Lotto, ore 7.00, di Bicio nessuna traccia. Bella forza, oggi cade il bianniversario della prima Sbiciata (vedi racconto) e noi quattro - Elena l’illustratrice preferita, Federica il Barracuda, Valeria la nipote dell’Umberto e Alberto, per una volta cronista – saremo pur sempre devoti zainospallisti, ma la ricorrenza va celebrata nei dovuti modi, ovverossia con una uscita autonoma.
Nostra meta è il lago Baranca, dalle parti della valle Anzasca. Oggi il meteo non promette bene, nel pomeriggio è prevista pioggia lungo tutto l’arco per antonomasia (quello alpino): si vedrà, intanto si parte. Dato che è da Natale che noi quattro non ci si vede, il viaggio è tutto un upgrade - tanto che decidiamo di rimandare il rito della colazione. Infatti Valeria e io ricordiamo l’ottimo trattamento riservatoci nell’accogliente Bar-Albergo Ristorante di Bannio, dopo una ciaspolata al Pizzetto. Oggi però niente da fare: il locale è chiuso. Alcuni villici dall’aria decisamente strana – dopotutto sono le otto e mezza di domenica - stazionano nella piazzetta del paese. Mentre nelle nostre orecchie echeggiano le note del banjo di “Un tranquillo week-end di paura”, li interroghiamo con le dovute cautele. E i villici prontamente rispondono, dimostrando un’evidente sadica soddisfazione: ci informano essere quello l’unico bar del paese e ci rimandano giù a Pontegrande, dove potremo finalmente addentare qualche brioche poco invitante. E poi su per la stradina stretta e in perenne manutenzione che porta fino all’Alpe Buchet. Qui termina l’asfalto e inizia la camminata.

Il sole un po’ si mostra e un po’ si nasconde dietro una nuvolaglia per ora non preoccupante, ma il torrente è bello gonfio e i boschi fumano umidità, segno che fino a poche ore fa è piovuto forte. La prima mezz’ora di sterrata è senza storia, poi al bivio dell’Alpe Turni prendiamo a sinistra e da lì il sentiero guadagna quota in bella pendenza. Io fatico a tenere il passo di Federica, mentre Elena, che pure viene da parecchi mesi di inattività escursionistica, sale senza sforzo apparente. Potenza dello step? Appena fuori dal bosco, dopo una fontana, la valle comincia ad aprirsi, scoprendo alla vista le belle baite dell’Alpe Oreto, che costeggeremo in mezzo a cespugli di mirtilli e rododendri. È a questo punto che, dopo aver scrutato il cielo, sentenzio: prima delle quattordici non pioverà. Le ragazze mi guardano mute e compassionevoli. Praticamente senza sostare, raggiungiamo in breve il colle Baranca. Nel frattempo la nebbia si è alzata definitivamente e possiamo ammirare la bella conca, ancora parzialmente innevata, che si apre davanti ai nostri occhi, sul cui fondo erboso sta il lago scuro. Aggiungete al quadro la ristrutturata Alpe Selle, vero gioiellino, e le romantiche rovine di villa Aprilia sullo sfondo. Dietro alle baite riposa un branco di cavalli, tra cui tre o quattro puledri sdraiati a svacco (o si dirà “a scavallo”?) nell’erba manco avessero fatto le ore piccole in discoteca l’altra sera. Seguendo l’esempio di altri escursionisti saliti dal versante sesiano, facciamo sosta presso le suddette rovine. Qui consumeremo il nostro magro pasto, alternando tristi meditazioni sulla caducità delle umane vicende ad astrusi calcoli sulla capacità di moltiplicarsi degli equini… Cosa chiedere di più? Per la verità, ci vorrebbe il sole, ma niente da fare.

Tira un’arietta troppo fresca per agevolare lo spaparanzamento, così decidiamo di muoverci. A quanto pare, anche i cavalli hanno avuto la stessa idea, così ce li ritroviamo tutti sul sentiero. Sono animali tranquilli e fiduciosi, di piccola taglia, incrociati con avelingesi. Li carezziamo con circospezione, solo girando al largo da un bardotto maschio, che non pare affatto essersi fatto dei complessi per la sua sterilità. È da poco passato mezzogiorno, ma io ribadisco che prima delle due non pioverà, così decidiamo di prendere un giro largo. Un sentiero poco agevole, ma ben segnato, con un lungo traverso ci porta nella valle Olocchia, ben più selvaggia di quella adiacente da cui siamo saliti. Siamo proprio di fronte al mitico Pizzetto, che visto da qui ci sembra ben poca cosa. Facciamo un’altra sosta all’alpe Ancium, anche per goderci l’ultimo goccio di sole della giornata.

E qui cominciano i guai. Prima la sosta si prolunga, poi perdiamo altro tempo per seguire un sentiero che arriva a un ruscello e svanisce nel nulla… ma saggiamente torniamo all’alpe e questa volta ritroviamo i segnali bianco-rossi. Risultato: sono le 14.05 quando cominciamo a guadagnare il fondo della valle e puntualmente cominciano le prime gocce. Questa volta gli sguardi muti delle ragazze tradiscono ammirazione pura. Chiaramente si chiedono come avrò fatto prevedere la pioggia con tanta precisione. Purtroppo non c’è tempo per approfittare della situazione, millantando chissà quali conoscenze meteorologiche: non appena indossati impermeabili e mantelline e coperti gli zaini, si deve passare sull’altro versante della valle, traversando l’ostico torrente che ne raccoglie le acque. Dopo un quarto d’ora passato su rocce scivolose a cercare un improbabile guado (qui Valeria rimedia una botta al ginocchio), troviamo un punto dove la corrente è meno impetuosa e ci rassegniamo ad immergere le gambe fino al polpaccio. Facendo bene attenzione a non scivolare, ci ritroviamo sull’altra sponda senz’altre conseguenze che gli scarponi ridotti a spugne. Poco più oltre comincia a diluviare, così si inzuppano per bene anche le braghe (quelle corte, perché quelle lunghe si erano già sciacquate nel torrente). Fortunatamente siamo vicini a un alpeggio abbandonato e riusciamo a ripararci in una piccola baita, che serve ancora a qualcuno come punto d’appoggio: ci sono bottiglie vuote, in un angolo giace un piccone, dal soffitto pende un materasso arrotolato e avvolto in un sacco della spazzatura (probabilmente per proteggerlo da animali o intemperie). Per passare il tempo, strizziamo i calzini e verifichiamo la tenuta di zaini e impermeabili: purtroppo quei cinque minuti di diluvio sono stati micidiali e il morale è basso.

Elena butta lì un “entro le 16,30 pioverà di nuovo” non riscuotendo peraltro alcuno sguardo di ammirazione, ma solo epiteti poco urbani. Da qui in avanti è presto detto: un sentiero poco battuto, tante pietre scivolose e pozze fangose, un alternarsi irregolare di tratti di bosco e alpeggi abbandonati, in mezzo a insidiosi romiceti e giovani ortiche che lavano e accarezzano i polpacci. Si cammina con prudenza sotto una pioggia incessante ma leggera, solo a tratti battente. Purtroppo Valeria scivola ancora, battendo braccio e coscia. Non essendosi montata la testa, comunque, si esime dal cadere una terza volta.

Quando arriviamo alla macchina sono passate tre ore da quando ha iniziato a piovere. Chi può indossa panni asciutti, dopodiché ci fiondiamo al ristoro dell’Alpe Soi, dove ci confortano il vino, i taglieri e le chiacchiere della Rosy. La Rosy, che a suo tempo regalò a Bicio il simpatico nomignolo di “Nanin” guadagnandosi in cambio l’appellativo di “arzilla nonnina di età indefinibile”, accende per noi perfino la stufa, e ci spiega che solo quando arriveranno le pecore il sentiero che abbiamo appena disceso verrà pulito. Bella consolazione, pensiamo: le pecore puliscono da una parte e sporcano dall’altra. Non facciamo in tempo a risalire in macchina che eccolo, il gregge. Tutto il prato a monte della strada ne è occupato. Solo tre o quattro si sono attardate a chiacchierare sul lato a valle. A questo punto il cane, una specie di lupo col pelo grigio chiazzato, ci lancia un’occhiata e decide di intervenire. Con un paio di latrati e una corsetta veloce spinge le pecore ritardatarie a traversare la strada, poi, soddisfatto, ci trotterella incontro con la coda dritta. Con questa immagine negli occhi comincia il lungo viaggio di ritorno, durante il quale scopriremo che oggi in pianura non è scesa neanche una goccia e verrà confermata la legge di Murphy. Fra graffi, piedini gelati e raffreddori incipienti ci ritroviamo in Piazzale Lotto, un po’ mogi, a programmare la prossima sbiciata. Più tardi scopriremo che anche il Nostro oggi si è infradiciato i calzini…
Alberto

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